Volti del voto

Il ritratto fotografico e le competizioni elettorali di Gerardo Regnani gerardo.regnani@tin.it Roma, 16/03/2006 Le fotografie sono comunemente intese, anche se ciò può risultare opinabile, come una parte della realtà. Una simbolica concretizzazione di tale idea è stata condensata, da sempre, nel ritratto fotografico, una modalità rappresentativa che ha mutuato senso e forma da quello classico da cavalletto. Una pratica che, nel corso delle campagne elettorali, ritrova sempre un vigore nuovo unita ad un'ampia visibilità pubblica. Nella sua forma tradizionale, il ritratto è stato una costante dell'aristocrazia, almeno sino all'avvento del medium fotografico. La nascita della fotografia accrebbe ed adeguò alla sfera borghese questa prassi. Sin dai primi anni della seconda metà del XIX secolo, gli studi dei fotografi furono stabilmente chiamati a rispondere a questa nuova istanza visuale tesa a rafforzare e amplificare la memoria del (meglio) di sé. Non dissimili sembrano essere, tuttora, le "intenzioni" dei mandanti dei tanti ritratti, apparentemente diversi ma sovente sostanzialmente affini tra di loro, visibili nel corso delle campagne di sostegno ai candidati coinvolti nelle varie competizioni elettorali. Persino la fissità dei volti raffigurati rievoca quella "immobilità" e talune ristrettezze narrative tipiche degli anni iniziali dello "specchio dotato di memoria" (Holmes). Non è cambiata, dunque, l'esigenza di una rappresentazione gratificante e, insieme, lo sforzo di riassumere in un unico quadro sinottico le sembianze, così come elementi espressivi riconducibili alla soggettività e alla dimensione ideologica cui dovrebbe esser legato colui che è raffigurato. In questo tipo di rappresentazioni un autore di ritratti doveva e deve, quindi, trovare un momento di sintesi tra la sua competenza e le attese del soggetto che ritrae. Per la selva più o meno fitta di figure ritratte, tra cui solo alcune ammirevoli per l'energia simbolica che potenzialmente veicolano (opportunamente rafforzata anche grazie a qualche metaforica e strategica "appropriazione"), restano, comunque, ancora valide le considerazioni nadariane riguardo all'uso del mezzo fotografico, soprattutto per quel che concerne la "sintesi" di cui si è appena detto. Il famoso ritrattista, in proposito, sottolineava come quella "scoperta meravigliosa" che è la fotografia è, al tempo stesso, uno strumento insidioso che, sebbene sembri alla "portata dell'ultimo degli imbecilli", tanto sembra facile per chiunque apprenderne i rudimenti, non è altrettanto facile da gestire sia sotto il profilo estetico sia riguardo all'eventuale "lettura" interiore del soggetto rappresentato. Un discorso valido per tutte le tipologie di immagini del genere, compresi, quindi, quei moderni "santini" in miniatura che non di rado ingolfano le diverse cassette della posta. Effigi che sembrano tanto poter rievocare un'altra delle manie caratteristiche della seconda metà dell'Ottocento, ovvero quella delle cosiddette "cartes de visite", simili per formato agli odierni biglietti da visita, che, a partire dal 1854, furono brevettate e rese popolari da André Adolphe Eugène Disderi (1819-1890). Da allora, a prescindere dal formato, il ritratto è rimasto, in ogni caso, un tipico strumento per mettersi in mostra e, nel caso delle elezioni, anche per raccogliere voti. Quale che sia la finalità dei responsabili interessati, l'auspicio è, ovviamente, che ciascuno dei ritratti realizzati sia foriero, oltre che di elementi estetici (di un visibile, per intenderci), anche di contenuti duraturi e di valore. Auguriamoci dunque, come la storia della fotografia ci insegna, che tutto questo turbinio figurativo non favorisca soltanto un rifiorire di (discutibili) forme visuali come fu per le cosiddette "cartoline" dell'epoca per le quali, spinte anche da brame di successo oltre che dai prezzi modici, posarono non poche anime in cerca di facili fortune. Buona contesa a tutti, dunque!