Monica Carocci. contaminazione, rumore, novità

Monica Carocci. contaminazione, rumore, novità.

di G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

dorme suo figlio, sereno e tranquillo come ogni bimbo, nel grande alloggio dalle stanze colorate. é mamma lei ora, ed anche una mamma dolce e premurosa a quel che appare. lì, in quell’ambiente, tra quei colori vigila, con eguale tensione, sul piccolo così come sulla sua anima. e presidia con le espressioni, gli sguardi discontinui, le scansioni irregolari di sempre. da sfondo sonoro, in quella casa, “Radio Flash” che irradia, come recita un jingle, “dal cuore della città”, il centro di Torino. e quì io, adesso, tra i suoni di “Nervet Net”,[i] ricordo quell’incontro ed anche quei suoni. ero lì solo da poco e già, con armoniosa e naturale frammentazione, quasi senza preamboli, l’attenzione si concentra e converge quasi immediatamente sulle prime immagini. fluttuano, loro, ospiti su di un tavolo con il mio bicchiere colmo di un liquido rosso che, impropriamente, potrebbe essere definito vino. quattro immagini, visioni urbane, ma non in senso stretto. tracce di percorsi, paesaggi, anche urbani magari. segni di un quotidiano evanescente, sospeso, un po’ come la sua vita probabilmente sarà. si riconoscono alcuni piloni stradali, soggetti logori e consueti nel panorama dei segni del nostro peregrinare moderno. ma di questi soggetti colpisce l’atmosfera, l’aura che sembra avvolgerli. sono riproposti come scultura/segno, piuttosto che come narrazione didascalica. le sagome emergono quasi esclusivamente nel loro profilo, quali singolari silhouettes, affrontando la luce dominante. e, nel formarsi del suo racconto, è proprio la luce, in particolare quella dell’alba (spesso protagonista) che sembra stimolarla non soltanto per il valore di interpretazione e di rilettura in senso stretto delle sue esplorazioni ma, probabilmente, per un certo qual elemento nostalgico insito nella natura stessa di quel limbo che precede l’avvento del giorno, il suo dominio sull’oscurità. e da questo cammino verso la luce, anche solo metaforico talvolta, con un itinerario costellato di ombre e figure sommerse, è caratterizzato buona parte del suo universo espressivo. sin dagli esordi che, non lontani, risalgono al 1989. già nelle prime tracce, comunque, il referente era proposto spesso per frammenti, quasi mai completamente percepibile. nel suo lavoro, di converso, si rileva una volontà descrittiva intesa anche a documentare gli agenti, il processo intervenuto nella realizzazione delle opere, quanto, in definitiva, ha contribuito al concepimento delle sue immagini, seppure fantasmiche e virtuali. le sue narrazioni, in molti casi, sono segnate da “fantasmi moderni da cui dobbiamo aspettarci l’affiorare di un immaginario privato e individuale, che fa i conti con la complessità e l’indifferenza della società post-industriale”.[ii] la particolare essenza di molte sue produzioni rende condivisibile l’affermazione dell’autrice che, in un’intervista, ha perentoriamente dichiarato: “Io non faccio fotografie, presento immagini”.[iii] e più che immagini, propone viste interiori, dall’apparire talvolta anche discutibile per il confuso dominio che vi si rileva, per il continuo constatare l’assenza di procedimenti lineari, costellate come appaiono le sue opere di espressioni sgrammaticate che assumono forma, e quindi anche significato, in tutta una serie, anche incosciente, di potenziali errori. un simile tracciato viene dunque registrato anche per talune sue prime icone, realizzate con l’ausilio del “corpo” di una celebre bambola, non certo per la notorietà di cui gode tuttora ma, per quanto testimonia, per la completezza, nella compattezza, delle sue forme di donna. già emergevano allora, sempre su un versante di sospensione, forme e tracce di una iconografia, muliebre in quel caso, ben radicata nell’inconscio collettivo, alla quale ha ulteriormente contribuito favorendo la materializzazione di immagini/idee sognanti. e, in queste esperienze, assume forma anche una certa connotazione espressiva riferibile all’espressione di Cindy Sherman, alla quale, più o meno esplicitamente, certe opere di quel periodo sembrano rimandare, se non per l’impostazione formale - nella globalità dell’attività di ricerca - per l’ambito dell’indagine. ombre dunque, le sue tracce. riflessi incerti di un possibile, anche se immaginario, paesaggio reale. sintesi simboliche spesso, una sorta di fiction personali. installazioni, a volte. é il caso di alcune immagini dedicate alla città che la ospita, “realizzate, … senza neanche ricorrere a riprese dal vero ma, come nel caso del monumento antonelliano, con l'ausilio di un modellino, piccolo gadget da banchetto turistico”.[iv] il suo è anche un universo di segni, impronte di un passaggio, di qualcosa che è esistito in un qualche luogo, anche solo inconscio e che, con forte propensione istintiva, viene riproposto, ricreato. e lo slancio creatore si connota spesso di primordialità, divenendo Monica Carocci, al tempo stesso, autrice ed attrice di antichi graffiti moderni, performance primitivo/contemporanee. è la creazione dunque, la realizzazione di un’azione, anche dall’inesistente precedente, che l’affascina. sembra essere pervasa come da una sorta di sinfonica coscienza ecologica rigenerante. suoni, idee/suono, azioni sonore le sue. composizioni, per certi versi che, d’incanto, rivestono di senso l’impalpabile. tale processo trova affinità nelle teorizzazioni di Marius Schneider, il quale ipotizzava che “la fonte dalla quale emana il mondo è sempre una fonte acustica”,[v] musica, sonorità fondamentalmente: un “… soffio appena percepibile del creatore. Questo suono, nato dal Vuoto, è il frutto di un pensiero che fa vibrare il Nulla e, propagandosi, crea lo spazio.”[vi] é ostile quindi verso quanti hanno talvolta segnato con accezioni cariche di negatività la sua opera, la sue espressione. no, non è infatti congeniale alla sua essenza un anelito gelante, tantomeno ora che la natura le fa interpretare il ruolo di madre. pensa ad un impulso positivo, creatore dunque, nel corso delle sue realizzazioni. la vita, sostanzialmente, è il suo motore. in un’esistenza sì frammentata, ma tesa, comunque, alla creazione e non alla dissoluzione. un percorso interrotto dunque, per certo e, a tratti, innegabilmente non lineare ma, nell’insieme, intenso ed attento. e, in ordine ai valori di riutilizzo accennati, un ulteriore possibile termine di riferimento, anche inconsapevole, cui poter ricondurre una certa sua produzione anche più recente, può essere ricercato nell’esplosivo ricorso alle potenzialità della contaminazione dell’informazione. processo tanto naturale, consueto e congeniale quanto, sistematicamente, rivisitato e reinterpretato. ad esso, forse non sempre con una chiara percezione, plausibilmente tende la sua opera. e, all’apice di questo processo di interruzione dell’attività di codificazione, come momento fattuale prioritario di intervento e manifestazione della sua ricerca, è possibile identificare il “rumore”, la distorsione del messaggio, quale valore di riferimento concreto. attraverso la ricerca di elementi di disturbo, di contaminazioni, appunto, il suo processo di raffigurazione assume forza e consistenza, conducendo le sue rappresentazioni a quelle sintesi alle quali, da tempo, ci ha abituati. sintesi talvolta estreme si è detto, anche solo ombre talvolta, dove il referente tende ad essere occultato, distolto allo sguardo e all’analisi didascalica. è dunque condivisibile la presenza, anche nella sua opera, come altrove, di tanta ”attenzione per la citazione, il ‘pastiche’, l’artificialità, la manipolazione delle immagini, tipica delle poetiche postmoderne, … comuni denominatori  …, in un gioco di falsificazione e provocazione che [forse] nasconde una riflessione critica e, talvolta, una satira, sul ruolo che la fotografia stessa ricopre. Mentre si offre come veicolo di attraversamento delle convenzioni linguistiche, infatti, generando immagini complesse, ambigue, illusorie, il loro lavoro agisce contemporaneamente sulle strutture ideologiche, sulla ‘cattiva coscienza’ che nel sistema delle comunicazioni dà all’illusione parvenza di realtà, svelando la natura simulacrale dell’immagine e problematizzando gli statuti della rappresentazione.”[vii] non è tuttavia priva di riferimenti analogici la sua opera. questi, se pur molto deboli a volte, riescono in qualche misura ad attingere al bagaglio delle esperienze empiriche di ciascun spettatore, sollecitandone un processo di rievocazione. non risulta in definitiva semplice la decodificazione dei suoi segni. la sua è una produzione di non facile lettura, per la stratificazione frammentata delle narrazioni, per il suo raccontare a tratti altalenante, che impone ricerche, a tratti apparentemente anche impossibili, di senso e materiale documentario. è necessario scavare (e non solo idealmente) anche lì, nella sua casa-officina, nell’accumulo di supporti, sperando di essere magari anche premiati, come altrove la storia testimonia per alcuni fortunati archeologi. eppure, tra difficoltà di orientamento, tra tante immagini affisse – all’apparenza casualmente ‑ in attesa di una “lievitazione” ideale, tra grovigli di celluloide, tra stampe supine sul pavimento anch’esse in attesa di un probabile intervento di colorazione, tra tutto questo, emerge sempre e costantemente, con spontanea freschezza, una tensione non comune. attraverso le sue immagini prendono forma idoli e icone patrimonio di tanti sguardi, di tanti frammenti di vita. e la sua opera, questa sua navigazione di fine millennio, spesso comunque é riconducibile a minuti segmenti d’esistenze, semplici attimi di vita, piccoli percorsi quotidiani. poco conta dunque che si tratti di un percorso reale verso un qualcosa o di una rilettura interiore. è l’esigenza di riproporre con un’altra visione le sue tappe, la sua esistenza, che concentra la sua attenzione. analogamente, anche per interventi in ambito cinematografico, i soggetti d’interesse non risultano assolutamente distanti da quelli espressi in fotografia. esemplificativa, in tal senso, è una sua recente produzione[viii] incentrata sulla trasposizione di un gesto semplice, quanto forse banale, quale quello riassunto nel rituale del bagno. di nuovo, anche in questo caso, quasi un ulteriore conferma di una tendenza alla monumentalizzazione istintiva del quotidiano. le sequenze, inquietanti e sensuali, dedicate solo a qualche gesto in definitiva, private spesso dei consueti elementi di riconoscibilità, scatenano un’attenzione ipnotica nell’osservatore, amplificata oltremodo dalla riproposizione alterata delle immagini, sia nelle tonalità sia nella ritmica fruizione rallentata delle scene, cui fa da complemento, non certo secondario, la particolare ambientazione sonora, caratterizzata dalle atmosfere, dalle sonorità di proposito ideate per quel racconto dal suo amico musicista.[ix] anche qui, di nuovo, attraverso una distorsione nella riproposizione prende forma un gesto nuovo, un altro pensiero, la rigenerazione di un costume. e il “rumore” che si può scorgere nella sua attività è poi, in definitiva, un utile strumento di suggerimento di nuovi ambiti di lettura, di altre strade, altra cultura, così come - per naturale riflesso - ogni deviazione comporta, arricchendo il panorama precedente e scongiurandone forse, in una visione enfatica, l’entropia. emergono così, pervase con molta probabilità da questo spirito, le sue contaminazioni, i suoi interventi. ed assumono consistenza attraverso riprese fuori fuoco, deformazioni pirografiche dei negativi, colorazioni, “gravure” chimiche, degenerazione dei supporti ed altro. ma l’intervento, come anche fu per il periodo dada, è forse finalizzato non tanto al controllo del risultato ma, concretamente, al presidio del percorso, lasciando al caso il seguito. nascono così dunque, attraverso questi interventi, le sue matrici. matrici sì, non sempre delle immagini, per certi versi, complete. queste sue opere spesso vivono un ennesimo, ma talvolta ancora non definitivo, procedimento formativo che si concretizza in un’attenta opera di riproduzione, ingrandimento e stampa dell’originale/matrice. lì, l’ulteriore contributo dell’intervento “delle mani” - a parere di molti - più esperte della città (e non solo)[x] concorre a realizzare l’opera, anche di grandi dimensioni, che poi verrà proposta, magari solo successivamente ad un’ulteriore fase di manipolazione. l’immagine é così (forse) pronta per essere proposta e, come sempre più spesso accade, immediatamente richiesta sia in ambito nazionale, sia all’estero, dove a breve esporrà nuovamente. la diffusione della sua figura, peraltro in ambiti sempre diversi oltreché di rilievo,[xi] ha anche registrato il supporto nel corso del tempo di un’azione di promozione e sostegno continua e puntuale. e nella moltitudine, riecheggia la luce delle sue tracce, il senso di un’esistenza tesa tra quotidiano e rappresentazione simbolica. una simbologia che sembra peraltro rimandare sempre altrove, per Monica Carocci come fu per Fernando Pessoa che, nella sua multiforme ed occulta visionarietà, scrisse: “Ah, tutto è simbolo e analogia! Il vento che passa, la notte che rinfresca sono tutt’altro che la notte e il vento: ombre di vita e di pensiero.”[xii]   Torino, 17 maggio 1997 [i] Musiche composte da Brian Eno, realizzato con il contributo di vari musicisti, Warner Bros. Records Inc., 1992. [ii] M. Carocci, catalogo edito a cura di “Sergio Tossi Arte Contemporanea”, realizzato con il contributo critico di Cristiana Perrella e Luca Beatrice, Prato, 1994. [iii] Pubblicazione cit. (cfr. nota precedente). [iv] Note inedite, curate dall’autore dell’articolo, tratte dall’intervista realizzata nel corso degli “incontri con i fotografi” avviati dai promotori di quello che è poi divenuto il Gruppo “fine” (Incontri con la Fotografia e le Nuove Espressioni), Torino, 6 giugno 1994. [v] La musica primitiva, Marius Schneider, Adelphi Edizioni Spa Milano, 1992. [vi] Op. cit. (cfr. nota precedente). [vii] Fictions, Fotografia e Artificio, note di Cristiana Perrella in occasione dell’inaugurazione dell’omonima mostra presso la Galleria Photo & Co. in Torino. [viii] L’opera é stata realizzata con un “impianto luci” molto esiguo, composto esclusivamente da una torcia portatile. [ix] L’autore della colonna sonora è Pier Luigi Pusole (chitarra elettrica , sintetizzatore). [x] L’incarico per la realizzazione delle stampe fotografiche in b/n è affidato, in via  esclusiva, al laboratorio torinese gestito da Ines Paradiso che, per molti addetti ai lavori, è da anni ormai, sinonimo di garanzia e professionalità, in particolare, per ciò che concerne le c.d. stampe “a mano”. [xi] Si é registrata la sua partecipazione all’ultima edizione della “Quadriennale” di arte moderna ospitata, di recente, al Palazzo delle Esposizioni di Roma. [xii] Spettacolo teatrale “Prova per Fernando Pessoa” (traduzione di A. Tabucchi da “Una sola moltitudine”) ideato e diretto da Marcel Cordeiro con Marco Zanni e Simone De Pasquale (al violino), prodotto dalla Compagnia Marco Zanni, Teatro Adua, Torino, 1997.