L'immagine precaria

Sul dispositivo fotografico Autore: Jean-Marie Schaeffer Publisher: CLUEB Copyright: 2006 ISBN: 88-491-2539-9 Pagine: 199 Price: € 18,00 Review: Recensione di Gerardo RegnaniLa fotografia è «un segno selvaggio». Così la immagina Jean-Marie Schaeffer nel suo saggio tradotto in italiano da Marco Andreani e Roberto Signorini circa vent’anni dopo la sua originaria pubblicazione in Francia (1997). Questo ritardo, è esso stesso un segno dell’ambito “selvatico” in cui, manifestamente, si trova almeno parte della produzione culturale nostrana a riguardo. In Italia, come sottolinea Signorini nella sua nota introduttiva, è infatti circoscritta, ma più di ogni altra cosa è solitaria e sparpagliata, la realizzazione di testi dedicati alla riflessione teorica inerente questo medium. Ma questo, per quanto altrettanto importante sia per chi si occupa di media, è un altro discorso, peraltro non considerato nel testo. Un eventuale ricercatore, riguardo ancora al suddetto carattere «selvaggio» della fotografia, leggerà invece che si tratta di un segno «intermittente» che è (semmai) tale in fase di realizzazione dell’immagine, ma diviene qualcos’altro, un segno sempre nuovo, per chi poi concretamente lo riceve. Relativamente a quest’ultimo aspetto, l’idea di fondo di Schaeffer è che la fotografia sia sostanzialmente «un segno di ricezione». Nei differenti contesti di ricezione in cui giunge l’immagine fotografica - traccia visuale di un eventuale (s)oggetto originario - è, in effetti, un segno sempre molto incerto che veicola una «sostanza semiotica» che può condurre, secondo i casi, a letture anche diametralmente opposte tra loro. Di questa indeterminatezza, un ipotetico ricercatore, dovrà valutare adeguatamente i rischi connessi con una possibile errata interpretazione dei segni contenuti nell’immagine. Rischi propri della «flessibilità pragmatica» della fotografia che la porta ad essere utilizzata al servizio delle più svariate strategie comunicative. Per pragmatico, hanno precisato i traduttori, deve intendersi un orientamento all’agire che, dal punto di vista dell’analisi semiotica, è posto in relazione con chi usa poi i segni «come forme d’azione». Da questi primi elementi emerge con evidenza, si immagina, il rilievo che un simile testo può avere per uno studioso di media. Rilievo, ad esempio, in una prospettiva d’analisi mediologica, ove la fotografia assuma la connotazione di un cruciale strumento di interazione simbolica, e insieme sociologica, dove essa divenga un potente strumento di ridefinizione delle relazioni sociali, oltre che semiotica e informazionale. Riguardo a quest’ultima, il ricercatore troverà che Schaeffer è interessato al medium anche dal punto di vista della teoria dell’informazione e, più specificatamente, è stimolato dagli aspetti inerenti alle figure dell’emittente e del ricevente dei flussi fotonici prodotti dagli apparati fotografici e alla natura di canali di informazione degli stessi. Rileverà, inoltre, che pure l’eventuale dimensione artistica dell’immagine è risultata interessante per l’autore che l’ha analizzata con gli strumenti della semiotica nell’ottica, si aggiunge, di un valido strumento di analisi dei fenomeni sociali e culturali. Più in dettaglio, ricollegando l’analisi estetica a quella dell’estetico (inteso come visibile), è a Charles S. Peirce, e alla sua celebre tripartizione simbolo, icona e indice, piuttosto che a Ferdinand de Saussure che l’autore fa riferimento. Il legame della fotografia con il proprio referente è, in effetti, molto particolare richiamando comunque alla memoria qualcosa che, secondo una celebre definizione di Roland Barthes citata nel libro, da qualche parte un tempo «è stato». Da qui all’indicalità il passo sembra essere molto breve. Riprendendo, infatti, le nozioni peirceane, è la relazione indicale, afferma Schaeffer, il principio di provenienza, il vero e proprio arché dell’immagine fotografica. Ne derivano, anche per chi fa ricerca, le necessarie considerazioni inerenti alle connessioni tra l’aspetto indicale, vale a dire la stretta connessione tra la rappresentazione e il suo referente, e la dimensione iconica della fotografia ove si delineerebbe una similitudine tra lo “sguardo” del medium e la visione umana. La dialettica di questa «icona indicale», con il perenne portato di ambiguità dei suoi segni e la conseguente varietà di interpretazioni possibili trasforma il mezzo in una «entità dinamica» che si colloca, in relazione alle diverse situazioni di fruizione, lungo un teorico continuum teso fra l’indice e l’icona. Su quest’asse ideale, l’automaticità dell’immagine fotografica risente comunque delle forme culturali della rappresentazione che, costantemente, ne regolamentano sia culturalmente che socialmente la relativa ricezione. Analizzando una fotografia, per quanto questa possa apparire un oggetto semplice all’apparenza, lo studioso dovrà tener conto del fatto che essa è caratterizzata da uno statuto semiotico articolato e talvolta difficile da analizzare. Essa può essere anche riconosciuta come «un segno non convenzionale», ma non per questo risulterà sempre perfettamente «trasparente». Analogamente ai segni codificati, anche la valutazione di quelli “naturali”, precisa ancora Schaeffer, è possibile soltanto nell’ambito di una determinata sfera di sapere. Non è estranea da quest’onere neanche l’analisi dell’utilizzo della fotografia nel campo dell’arte, peraltro connotato da due aspetti emblematici. Il primo inerente alla constatazione del fatto che l’immagine fotografica è ormai divenuta uno degli elementi fondamentali, un’autentica quintessenza in certi casi, di tanta arte contemporanea. Il secondo, contrapposto, riguarda il parallelo delinearsi di una sorta di paura del mezzo ad essere proprio se stesso, teso piuttosto ad un apparente e continuo rifarsi ai modelli espressivi della pittura che lo portano, in tal modo, a colmarsi di «stereotipi visivi e culturali». Ragioni, queste, per cui Schaeffer definisce la fotografia come «l’arte di tutti i pericoli».Jean-Marie Schaeffer (1952), già noto in Italia per alcuni suoi saggi, è uno studioso francese specializzato in estetica e teoria letteraria. Directeur de recherche al CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e direttore del CRAL (Centre de recherches sur les arts et le langage). Ha scritto: L’arte dell’età moderna. Estetica e filosofia dell’arte dal XVIII secolo ad oggi, Bologna, Il Mulino, 1996; Les Célibataires de l’art. Pour une esthétique sans mythes, Paris, Gallimard, 1996; Addio all’estetica, Palermo, Sellerio, 2002