La paura della morte - Lo sviluppo dei ritratti di famiglia

Lo sviluppo dei ritratti di famiglia La paura della morte di Gerardo Regnani gerardo.regnani@tin.it Roma, 30 settembre 2004 "Assicurati l'ombra quando la materia è svanita/Lascia che la Natura imiti quel che Natura fece". In questo motto pubblicitario riportato in una celebre "Storia della fotografia" (Newhall 1984) sembra condensarsi una delle ragioni fondamentali dell'enorme sviluppo di ritratti di famiglia che caratterizzarono il XIX secolo. La paura della morte, il fuggire della vita rappresentarono una forma di primordiale spot quanto mai efficace per lo sviluppo della fotografia dagherrotipica. Un'esperienza capitale, quella della paura nel suo complesso, della quale il nostro presente mass-mediatico, sempre contaminato dalla minaccia incombente  della guerra e del terrore come ci ricorda Gianfranco Ravasi nel "Domenicale" de Il Sole 24 Ore del 4.7.04, ha ulteriormente amplificato il significato originario del termine greco fobéomai che deriva da fébomai, "fuggire". I dagherrotipisti, consapevoli di tali fobie, assecondarono diffusamente le richieste di una clientela sempre più vasta e pressante, non esitando a garantire persino il ritratto di persone defunte; una tendenza poi fatta propria e sviluppata dall'industria culturale del XX secolo (Abruzzese). Il timore di perdere una persona cara, in particolare i figli in tenera età a causa dell'alta mortalità infantile, divennero quindi motore di un forte sviluppo del medium. Un costume che la progressiva massificazione del consumo di fotografia, insieme ad un generale e progressivo aumento della vita media, hanno successivamente e in parte riorientato in quelle diffuse e consuetudinarie pratiche di rappresentazione della realtà dettate da una comune "intention de fixer, c'est-à-dire de solenniser et d'éterniser" (Bourdieu) tipiche, ad esempio delle "fotografie di famiglia". Un immaginario esemplarmente riassunto nel 1927 in alcune frazioni di Aurora il primo film hollywoodiano - tratto dal racconto di Hermann Sudermann e scritto da Carl Mayer intitolato Sunrise: A Song of Two Humans - di Friedrich Whilhelm Murnau; l'opera, restaurata, è stata riproposta nelle sale nel corso dell'estate 2004. Ogni "consumo", ogni forma di passaggio delle merci, tende comunque a produrre "agonia, tragedia" [...], una "tragedia che è nell'uomo" come ha sottolineato Oliviero Toscani (1942) riferendosi alla pubblicità "tradizionale" in un'intervista realizzata da Alberto Abruzzese (1942) per il n. 8/2004 del periodico No limits. Le merci, dunque, non riescono sempre agilmente ad assumere funzioni taumaturgiche, semmai sono effimeri strumenti consolatori.