LA LIMINALITA' DELLA FOTOGRAFIA Zone di confine e di transito del "corpo" poliedrico e mutante della Medusa contemporanea

La liminalità della Fotografia

Zone di confine e di transito del “corpo” poliedrico e mutante della Medusa contemporanea

“Ogni fotografia è un memento mori. Fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa). Ed è proprio isolando un determinato momento e congelandolo che tutte le fotografie attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo.” (Muzzarelli, 2014)

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G. Regnani, s.t., 2018

La dialettica tra la Fotografia e la Morte è, da sempre, continua e, talora, anche molto tesa.

Il ritratto, per citare un caso esemplare, ne è un esempio paradigmatico. Il protagonista raffigurato, infatti, tende a slittare inesorabilmente dallo stadio di soggetto a quello di oggetto, trasformandosi, sostanzialmente, in pura immagine. In tal modo, sembra fare esperienza di un “oltrevita” nel quale assume le vesti di una specie di spettro. Simulacro di un trapasso e, insieme, traccia di qualcosa che, in un certo momento passato, da qualche parte, per un tempo indefinito, in qualche modo, comunque: “è stato”.

La Fotografia, “volgarizzandola”, propone, quindi, una sorta di reificazione della Morte, conseguentemente divenuta uno degli stilemi specifici del medium.

Uno status e un riconoscimento che la Fotografia, “congelando” apparentemente da sempre la realtà, ha guadagnato grazie, in particolare, alla sua capacità di fermare e frammentare idealmente il continuum del reale. Un’interruzione, una discontinuità e, insieme, una lacerazione nel flusso temporale dell’esistenza.

Ed è proprio il Tempo, o meglio, ogni sua frattura visiva attestata dalla Fotografia che rivela “la” vera essenza e la potenza d’urto del medium. La qualità più intima e autentica della Fotografia: “il” punctum più alto ed essenziale.

Oltre questo, la Fotografia - non ancora sazia e, in particolare, proprio nel ritratto - sembra anche anticipare, disumana e spietata, il futuro che attende ognuno di noi.

Una dimensione multiforme, quella della Fotografia: percettiva, interpretativa e, più in generale, culturale. Una pluralità che va oltre la mera fatalità, oltre la semplice contingenza tecnica della ripresa e/o della visione. In questa prospettiva, la Fotografia assume, piuttosto, le vesti di una specie di metaforica arma impropria in grado di “ferire” lo sguardo. E, ferendo lo sguardo, attraversarlo per “catturarne” il relativo osservatore.

Un’arma affilata, quanto temibile, teoricamente capace di oltrepassare il confine ideale che divide la raffigurazione dallo sguardo dell’osservatore interessato. “Ferendolo”, appunto. E, superando questo limite, lacerare la “pelle” dell’osservatore di turno, lasciandogli segni in grado di resistere talora anche a lungo, divenendo, così, una sorta di cicatrice indelebile.

Un varco, in ogni caso, da attraversare, intaccando il perimetro difensivo “naturale” del corpo, la sua pellicola protettiva.

Un accesso che la Fotografia è potenzialmente in grado di replicare all’infinito, ad ogni nuovo sguardo, persino nella visione ripetuta della medesima immagine. E per farlo la Fotografia può anche agire “in sordina”, senza necessariamente “urlare” il suo contenuto, come potrebbe essere nel caso di un’immagine choc che provi, ad esempio, a documentare un evento tragico ed estremamente cruento.

Contenuti, modalità e sostanza dai quali emerge un’ulteriore - e altrettanto emblematica - connotazione della Fotografia, ovvero quella di essere anche una strategica ed emblematica zona di confine. Un’area di perimetrale alla quale, a seconda dei casi, si affianca e/o si contrappone quella precedentemente accennata di strumento di offesa. Strumento e agente, capace, appunto di “bucare” le difese del destinatario e superare la relativa area di confine. Uno spazio liminale - che non è né dentro né fuori - che occorre comunque attraversare per spostarsi da un ambito di senso (ma non solo) all’altro.

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G, Regnani, s.t., 2022

La Fotografia assumendo anche i contorni di area liminale, integra una pluridimensionalità all’interno della quale, di volta in volta, veste i panni sia di vettore e canale di comunicazione sia varco, di passaggio, di terra di mezzo. Mezzo e medium essa stessa.

Agente di senso e zona di transito, al tempo stesso.

Una frontiera multidimensionale, che è anche una specie di dispositivo di protezione individuale a difesa, innanzitutto, dei confini simbolici che rappresenta e che isolano dall’esterno il patrimonio di senso contenuto al suo interno.

Ciò premesso, può forse essere utile precisare che il confine non è solo e sempre da considerare come un ostacolo passivo posto a difesa di specifici elementi di distinzione identitaria. Al contrario, invece, rispetto a quanto si potrebbe essere portati a credere, qualsiasi confine contribuisce comunque anche a creare una connessione più o meno continua con il resto dell’universo esterno. In quest’ottica, contrapposta all’idea tradizionale di barriera rigida e impenetrabile, di presidio di sola divisione, un confine può diventare, piuttosto, un agente di scambio e un punto di collegamento e di comunione concreta con l’altro da sé.

Accomunando, così, la funzione di isolamento e protezione con quella di appartenenza e di integrazione.

Trasferendo questi primi elementi appena delineati a una dimensione più prettamente fisiobiologica, è la pelle umana che, ad esempio, viene probabilmente subito in mente, quale primo pilastro difensivo dell’inviolabilità e dell’integrità del corpo fisico, ma non solo. Una pellicola che, letteralmente, riveste e protegge l’organismo dall’attacco costante di innumerevoli aggressivi elementi patogeni esterni. Questo “muro di cinta” difende e definisce, dunque, sia la natura fisica e biologica del corpo sia la sua dimensione identitaria. E, difendendolo, lo mette comunque in qualche modo in collegamento con un altrove, permettendo una dialettica anche con quanto è fuori dai suoi confini. Di questa dialettica, come si è detto in apertura, talora anche aspra e tesa - dedicata tanto al tema Morte, quanto a quello delle ferite che non di rado la precedono sotto forma di una malattia la Fotografia si è, da sempre, occupata e a lungo. Non ultimo, perché la Fotografia e la Morte, per varie ragioni, paiono connotate - e a più livelli - da una sorta di peculiare e strategica interdipendenza.

Ma non è necessariamente detto che sia un’immagine della Morte - magari quella tante, troppe volte feroce, violenta, brutale e diretta veicolata dai media - ad alimentare il ricordo (e la speranza di ridare in qualche modo la Vita), ad esempio, di una persona particolarmente cara e, purtroppo, scomparsa. La memoria può talora emergere, magari inattesa, anche da immagini originariamente nate con tutt’altra destinazione d’uso. Come potrebbe essere il caso di una qualsiasi istantanea realizzata, senza particolari intenti programmatici, in un interstizio qualsiasi del quotidiano. Un’idea, quella del ricordo, comunemente inteso come un atto etico che convive comunque, e contraddittoriamente, con una tendenza - anch’essa radicata e diffusa – volta a scusare e perdonare la memoria corta e fallace, in nome di un presunto riequilibrio interiore con la Vita che continua e, insieme, di una forma di riappacificazione con il passato.

Ciò non di meno, la Fotografia continua, imperterrita, a fare la sua parte, continuando, inarrestabile, a registrare e, a suo modo, anche a tramandare e riproporre - costantemente “al presente” - proprio quel passato che, in molti casi, si tende invece sistematicamente a dimenticare. E, così facendo, contraddittoriamente la Fotografia, da un lato continua (come se fosse affetta da una forma di bulimia) ad accumulare incessantemente segni e tracce del passato, mentre, dall’altro - e, verosimilmente, proprio a causa di questo eccesso produttivo – sembra concorrere paradossalmente a liberarsi da questo accumulo, alimentando sciaguratamente anche un disinteresse e un’insensibilità crescenti proprio nei confronti dei contenuti stessi che veicola e che dovrebbe, invece, promuovere.

Ciò nonostante, la Fotografia riesce comunque, da sempre, a svolgere una sua peculiare funzione catartica, “terapeutica”. E non sono stati pochi gli autori che - reagendo ciascuno a modo proprio di fronte alla sofferenza causata da una malattia riguardante persone particolarmente care, talora anticipandone precocemente anche la Morte - hanno percorso proprio la via della Fotografia per tentare di documentare quel calvario e, nel contempo, di tentare uscire da quell’Inferno in Terra. Di questa ulteriore forma dialettica, particolarmente triste e dolorosa, la Fotografia si è dunque fatta doverosamente carico, arricchendo, nel tempo, una letteratura ampia e variegata, a vari livelli quali/quantitativi.

Un cammino che, verosimilmente, chiunque tenterebbe di affrontare pur di alimentare almeno un’eventuale, possibile speranza residua. Magari nell’illusione di bloccare in qualche modo il Tempo che, inesorabile, si porta comunque via la Vita. Un tentativo vano, quanto disperato, sempre straziante, se non addirittura persino schizofrenico. Eppure sono tanti gli esempi di analoghe iniziative, tutti comunque intenti a provare (e a sperare) di fermare la progressiva e inarrestabile dissoluzione fisica di una persona amata e avviata dolorosamente e anzitempo alla Fine. E, fissandone l’immagine e il ricordo attraverso la Fotografia, questa teoria di autori ha creato tutta una serie di emblematici fantasmi che - in assenza di un’alternativa – “lottano” per non far scomparire del tutto questo mare di affetti, alimentandone, nel contempo, comunque la relativa memoria. E, non di rado, di una persona amata non resta molto altro che una povera, quanto talora preziosissima immagine.

Un idolo - si commenterà - figlio di una disperata, parossistica ed estrema forma di superstizione.

Ma tant’è!

Nella circostanza tragica e drammatica di simili momenti bui e dolorosi dell’esistenza, la Fotografia, ostinatamente intesa quale specchio del reale, può quindi verosimilmente assumere le vesti terapeutiche di una vera e propria forma di catarsi.

Anche in questo contesto, la Fotografia continua dunque a confermarsi come un strategico medium intermedio.

Un medium strategico che, “fermando” il Tempo, assume i contorni di una sorta di cuneo, di grimaldello e, insieme, di zona di transito e di accesso in grado di collegare dimensioni e ambiti diversi, talora anche molto distanti e contrapposti. Come quando, come nell’uso che si è già accennato precedentemente, diviene anche strumento di conoscenza e comunicazione attraverso il quale si rende nota al Mondo la patologia di una persona cara, prima relegata al solo ambito privato. Non ultimo, per tentare di dargli una maggiore visibilità - intento talora, forse, discutibile, contraddittorio, quanto potenzialmente anche polemico e controproducente - compiendo una scelta di verità e un’opera di difesa della dignità del protagonista ritratto.

Come nel caso, ad esempio, di talune campagne di sensibilizzazione su temi e/o situazioni anche di impegno civile.

La Malattia, quanto la Fotografia che la documenta e la mette in condivisione, si connotano inoltre per la comune caratteristica di rappresentare entrambe un elemento di discontinuità.

Riguardo alla Vita - e reale - la prima, metaforica, e riferita a una simbolica interruzione del Tempo, la seconda.

Una lacerazione per entrambe, in ogni caso, che, in particolare, per la dimensione riguardante la Malattia, introduce un temibile elemento patogeno che andrà ad interferire con i relativi patrimoni somatici, psichici, sociali e, non ultimo, simbolici del protagonista di volta in volta interessato.

A partire da questa ferita, il protagonista reale, la persona colpita da una patologia, così come un suo eventuale “doppio”, una sua proiezione raffigurata in un’immagine fotografica, possono ciascuno a suo modo essere interessati e/o almeno evocare una condizione di vera e propria liminalità.

Una linea di confine a causa della quale può emergere una sorta di sensazione di smarrimento e di perdita dell’orientamento unita a una sensazione più o meno intensa di solitudine. Quest’ultima, in una sorta di circolo vizioso, può essere immaginata quale possibile causa e, insieme, effetto della distanza che può crearsi tra la vittima interessata e il relativo contesto reale e simbolico di riferimento.

Ma anche la Fotografia, come si è appena accennato - anche una medesima immagine riproposta più volte - si connota, in fondo, sempre e comunque come uno spazio liminale. Ancor più - per gli aspetti qui trattati, ma non solo, ovviamente - nel caso l’immagine raffiguri persone, contesti e/o situazioni connessi con la dimensione della Malattia.

Un’area liminale di attraversamento anche quella della Fotografia, in ogni caso. Più nel dettaglio, una specie di zona di snodo verso l’autore, i protagonisti eventualmente ritratti, potenziali audience e, non ultimo, l’ambiente reale e/o simbolico di riferimento, etc.

E viceversa.

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G. Regnani, s.t., 2022

Una condizione di liminalità che emerge e della quale è possibile fare esperienza sia nel caso di una persona reale sia nell’ambito virtuale e concettuale condensato in un’immagine fotografica. E gli esiti di una simile esperienza di liminalità, possono riflettersi anche nella ideazione e definizione di ulteriori forme di confine, intesi sia come mura di contenimento e di separazione sia come, all’opposto, come degli agenti cooperanti alla costruzione di possibili relazioni e forme di cooperazione e/o di integrazione costruttiva con l’altro da sé. E, così facendo, delineando anche la possibilità di riconsiderare e, eventualmente, rimodulare il preesistente sistema di legami e di interdipendenze tanto da/verso gli altri quanto da/verso sé stessi. Esperienze di liminalità che, si ribadisce, nel caso della Malattia, attestano una frattura, una discontinuità con la Vita. In ogni caso, per il protagonista reale così come per la sua copia fatta immagine, questa lacerazione - fisica o metaforica che sia, come nel caso della Fotografia nei confronti del Tempo - emerge e si alimenta a seguito di un’esperienza comunque traumatica. Quale che sia la ferita originariamente inferta dalla Vita. Ferita che la Fotografia, qualora raffiguri il protagonista e/o il contesto di una malattia, rievoca, e non è un aspetto secondario, potenzialmente senza fine.

Una discontinuità, come, ad esempio, quella rievocata da un’immagine fotografica, che ha comunque anch’essa alterato, seppure con un gradiente di caso in caso variabile, ogni preesistente liturgia relazionale. Incluse, per quanto ovvio, quelle intessute con il contesto più intimo, prezioso e privato, quali potrebbero essere, di norma, il nucleo familiare e/o quello amicale. Tale frattura, da un punto di vista dinamico-temporale, coinvolgerà in maniera diversa le diverse componenti di significazione di un’immagine che “parlino”, raffigurandola, della dimensione della Malattia.

In un sistema di valori e di senso, qualsiasi linea di confine rappresenta, inoltre, “il” punto di maggior attrito con l’ambiente, la dimensione contrapposta e/o di riferimento esterna ad essa. Ne deriva che più ci si sposterà verso il centro più apparirà stabile il relativo sistema di senso e di valori accennato poc’anzi. Lungo i perimetri di confine, invece, si registrano, di solito, gli “scontri” più intensi e cruenti. Detto diversamente, la linea di confine è, di norma, un’area maggiormente esposta e, quindi, più “esplosiva” dove, più frequentemente, è possibile che si sviluppino focolai di tensione dialettica, che potrebbero alimentare contrapposizioni anche acute e cruente. Ma affinché un’immagine che “incarni” un sistema di valori possa potenzialmente essere in contrasto e scontrarsi con un’altra deve, necessariamente, anche in embrione, rappresentare una minaccia, quanto meno potenziale, per l’identità del sistema al quale sembra contrapporsi.

In questa prospettiva, la Fotografia, se immaginata come una nevralgica area di confine e, insieme, come baluardo difensivo dei relativi contenuti, può rappresentare una fonte di ricchezza, ma, insieme, anche un possibile pericolo. Così come è teoricamente valido il discorso contrario. Nel qual caso, la Fotografia può essere ipotizzata, come già accennato, al pari di un “ponte” in grado di mettere in connessione - magari favorendone i relativi processi di fusione e di armonizzazione - due aree, in precedenza, magari contrapposte e, quindi, in competizione.

La Fotografia, in ogni sua forma, è comunque sostanzialmente sempre esposta a simili tensioni – una specie di “rischio specifico” correlato al suo ruolo nell’immaginario collettivo - proprio per la sua connaturata duplice natura di medium, in grado di mettere in connessione ambiti e dimensioni valoriali differenti e, insieme, di contenitore essa stessa di valore e di senso. Qualità e/o tare che le si voglia considerare, la Fotografia le possiede entrambe da sempre, stando contemporaneamente con “un piede in due scarpe”, ovvero: al limite del contenitore e contenitore essa stessa, in una perenne ulteriore linea di frontiera interna. Un ulteriore confine interno, attraverso il quale, necessariamente, transita ed è “filtrato” il senso di volta in volta veicolato e/o custodito. Come nel caso, tornando all’esempio iniziale, del percorso interpretativo, del senso da attribuire al surrogato, al clone di una persona eventualmente in essa ritratta.

Non fa eccezione, per quanto ovvio, la contingenza che questa raffigurazione riguardi una persona che viva una dimensione di dolore e di sofferenza, quale potrebbe essere, ad esempio, quella già accennata riconducibile alla Malattia.

Su questa ancor più “sensibile” linea di confine, considerata anche la funzione del medium di potenziale portale di transito e di accesso ad una dimensione di sofferenza e di dolore, si misura ulteriormente la forza d’urto della Fotografia accennata in apertura.

Un medium, la Fotografia, in perenne continua sintonizzazione dei rapporti, delle relazioni tra l’interno e l’esterno, alla continua ricerca di un potenziale, quanto precario, equilibrio dinamico del relativo impianto valori di riferimento e di senso. Un equilibrio di senso, nello specifico della Fotografia, che “vesta” di significati specifici il (s)oggetto di volta in volta ritratto al suo interno. Una prova da fenomeno circense - se si considera l’oceano magmatico di senso che ci circonda - che si traduce, piuttosto, in momentanee e magari minimali forme di equilibrio. Un equilibrio comunque sempre instabile, oscillante tra gli estremi di una altrettanto momentanea “verità” apparentemente inscalfibile sino al suo esatto opposto.

La Fotografia, anche in questo ambito, si palesa in tutta la sua molteplicità. Da sistema apparentemente autarchico fino ad arrivare alla completa amalgama e all’interrelazione massima con altri sistema di valori e, quindi, alla potenziale continua dissoluzione del preesistente e magari rigido impianto di significazione e di valori originario.

Si pensi, per fare un altro esempio emblematico e senza andare molto lontano dalla drammatica e tragica attualità contemporanea, all’utilizzo contrapposto – ripetutamente anche durante il conflitto bellico ora in corso nel cuore dell’Europa - delle medesime immagini, caricate, a seconda della fazione mittente e/o interpretante di significati anche diametralmente contrapposti. In un (reciproco) gioco al massacro, senza alcuna esclusione di colpi, all’interno del quale il contenuto di senso proposto da una fazione viene sistematicamente “smontato”, ribaltato e restituito al mittente con un “vestito” nuovo, nel tentativo di fare, di volta in volta - e reciprocamente - controinformazione.

In questo speculare, simultaneo, spietato e crudele gioco di ruolo, i confini di senso di un’istantanea fotografica possono essere immaginati come quei disegni che, da sempre, i bambini si divertono a colorare per ottenerne poi il costrutto di senso, non solo estetico, di volta in volta più vicino a quello desiderato e/o promessogli in partenza. A scapito, per quanto ovvio, della verità, ammesso e non dato per scontato, che si riesca, un giorno, a farla eventualmente emergere, almeno qualcuna, di queste “verità”.

La Fotografia è dunque un caso emblematico anche come prodotto di confine, come reificazione di quegli spazi periferici in contatto con l’alterità.

Una peculiarità legata alla difficoltà di definire un senso proprio che non sia perennemente mutuato dall’esterno e attinto, quindi, fuori da sé. Un altrove, al quale, in un incessante gioco di rimandi, si rinvia comunque il senso che poi, occasionalmente, la Fotografia veicola, “rimasticato”, dall’interno verso l’esterno. Un transito bidirezionale di senso, piuttosto che unidirezionale, in realtà, che, incessantemente attraversa questa porta che conosciamo come la Fotografia. Un varco apparentemente inconsistente e acritico, sebbene tale non sia affatto. Lungo e attraverso questo punto di transito così critico avvengono, come accennato, gli scontri più cruenti tra gli insiemi di valori di volta in volta in competizione. Conflitti che, da un punto di vista dinamico-temporale, tendono ad attenuarsi nelle aree più “centrali” e stabili del relativo sistema di valori e di senso che vi è momentaneamente insediato e/o radicato. Predominio che, a seguito di una nuova guerra per il controllo e l’attribuzione di significato potrebbe, magari all’improvviso, scalzare, anche violentemente, un preesistente insieme di valori sostituendolo, in un attimo, con un altro, magari ideologicamente distante anni luce. Sino al conflitto successivo e così via, in un processo di mutazione semiotica potenzialmente infinito, dove l’unica garanzia è forse data dal fatto che, plausibilmente, le parti centrali di un sistema semiotico dovrebbero risultare, di norma, potenzialmente più solide e, quindi, meno inclini, al cambiamento, incluso quello indotto da una dialettica maggiormente conflittuale, violenta e, tendenzialmente, più demolitiva. Un nucleo identitario centrale, solido e fortemente rappresentativo, per fare un esempio, di impianto di senso e di valore radicato e condiviso, per lo meno in linea teorica, dovrebbe mutare o tendere a cedere a un eventuale attacco da parte di un agente avverso esterno in maniera più lenta e graduale. Benché, ovviamente, come prospettato, non è affatto detto che il teorema possa reggere e valere sempre e comunque.

La Fotografia, intesa come area di confine, incarna dunque l’emblema di un’area altamente nevralgica, capace anche di metabolizzare e, quindi, accelerare l’eventuale validazione degli stimoli provenienti delle relative aree liminali, indirizzandoli poi alle zone centrali di presidio e di assestamento valoriale più stabili e durature.

Fotografia che, come qualsiasi zona di confine - sebbene, non di rado, in modo apparentemente contraddittorio e persino paradossale - mentre, per un verso, sembra intenta a frammentare la continuità del Tempo e/o a dividere e distinguere un “dentro” da un “fuori”, in realtà, per l’altro, in qualche modo, comunque tende e tenta di unirli e/o, per lo meno, a collegarne i relativi ambiti di valore e di senso.

Ancora, analogamente a un qualunque punto di confine la Fotografia, con la sistematica e abituale violenta occupazione di tutto lo spazio visibile disponibile, sembra mettere in subordine tutto il resto. E, così facendo, sembra far crescere l’ambiguità e le distanze, in particolare proprio nell’area liminale e di transito di senso che di volta in volta si trova a occupare e presidiare. In tal modo - con modalità che dipendono dai relativi contesti, nonché dalle relative circostanze spazio-temporali - la Fotografia tenta di gestire e contenere, in qualche modo, l’espansione di questo appena accennato limbo di indeterminatezza. Tentando, per quanto possibile, finanche di superarlo o, addirittura, di dissolverlo.

Il confine per la Fotografia rappresenta, infine, un presidio strategico anche da un punto di vista formale, oltre che di contenuto. Questo perché anche l’assenza di una “cornice” formale, la mancanza un perimetro “ufficiale” di riferimento - per quanto fugace, instabile e temporaneo possa eventualmente essere – si rifletterebbe inevitabilmente sulla sua “integrità” e, quindi, sulle sue qualità d’insieme. Qualità e valore d’insieme determinati non solo dalle componenti interne di un’immagine, quanto anche dalle relative zone limite e perimetrali, in un continuo interscambio dialettico, non ultimo, come già detto in precedenza, attraverso l’interazione di queste zone liminali con il relativo contesto di senso esterno. Una dimensione liminale che, per quanto profondamente debole e indistinta possa apparire, rappresenta comunque un elemento strategico di interrelazione sia tra le parti interne che costituiscono l’immagine (forma e contenuto), sia tra quel centro valoriale e le periferie del “corpo” sempre mutevole e poliedrico di quella Medusa contemporanea che chiamiamo Fotografia.

Roma, 15 luglio 2022

Gerardo Regnani

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G. Regnani, s.t., 2018

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Alcuni riferimenti

Per la realizzazione di questo testo, si è fatto riferimento, in particolare, alle riflessioni contenute nel famoso saggio di Roland Barthes, intitolato “La camera chiara. Nota sulla fotografia”, in quello di Martino Maria Luisa, De Luca Picione Raffaele e Freda Maria Francesca, intitolato “La ferita del confine: la condizione di liminalità del corpo e della Psiche” e in quello di Davide Colombo, intitolato “La Fotografia tra MH e CP Davanti al dolore. Malattia e Morte in Fotografia”, contenuto nella raccolta a cura di Oscar Corli e Roberta Vecchi, intitolata “Siamo Anime e Corpi Altri orizzonti per le cure palliative”.