La casa. “Interni” - Un viaggio immaginario per dare forma all'invisibile attraverso la fotografia (mindfulness e/o catarsi?) sull'idea di casa e di malattia/handicap - La maison. “Intérieurs” – Une sorte de voyage imaginaire pour donner une forme à l'inv

dedicato alla mia famiglia, a Claudio Cravero, a Claudio Isgrò (a lui sono particolarmente grato), a Sylvie Romieu, a Anthony Sestito e a tutti i miei..."simili". dédié à ma famille, Claudio Cravero, Claudio Isgrò (je lui suis particulièrement reconnaissant), Sylvie Romieu, Anthony Sestito et tous mes... "semblables". dedicated to my family, Claudio Cravero, Claudio Isgrò (I am particularly grateful to him), Sylvie Romieu, Anthony Sestito and all my... "similar".  

La casa. “Interni”/La maison. “Intérieurs”/The home. ‘Interiors’(***)

di G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

abstract La casa. “Interni” è un nuovo lavoro fotografico ("low fi") sul tema della casa, nel quale, la dimensione mitica precedente resta sullo sfondo, quasi silente, lasciando il posto ad una più mesta mitologia della quotidianità. Un quotidiano meno fortunato che, attraverso la fotografia, ho idealmente indagato durante una mia investigazione immaginaria per dare forma all'invisibile. Ho tentato, infatti, di indagare e rileggere (anche per ragioni personali), ulteriori possibili relazioni tra l’idea della casa e quella della malattia, partendo dal diffuso stereotipo che interpreta la casa, da sempre, quasi esclusivamente in chiave positiva. Un cliché che potrebbe/dovrebbe, forse, essere integrato/rivisto con l’idea opposta, di una dimensione talvolta meno benevola, pur restando, in ogni caso, un presidio di tenace opposizione alle avversità della vita e un simbolico baluardo di fiducia nel futuro. La maison - “Intérieurs” est un nouveau travail photographique ("low fi") sur le thème de la maison. Mon précédent travail était plutôt destiné à présenter un répertoire possible de formes du mythe. Pour le cas présent, en revanche, la dimension mythique précédemment évoquée reste en retrait, presque silencieuse, laissant ainsi la place à un quotidien moins chanceux. Un quotidien sur lequel j’ai enquêté de manière idéale, à travers un investigation imaginaire avec la photographie, pour donner forme à l'invisible. J’ai tenté de relire (aussi pour des raisons personnelles), d'autres relations possibles entre l'idée de la maison et celle de la maladie. Parmi les nombreuses options du mythe, je suis parti de celle qui interprète la maison comme un lieu physique et/ou spirituel serein. Une stéréotype, donc, pourrait/devrait, le cas échéant, être intégré/revu avec l’idée opposée, celle d’une dimension parfois moins bienveillante et chanceuse, bien que restant cependant un remède d’opposition tenace aux adversités de la vie et, dans tous les cas, un bastion symbolique de confiance dans le futur. Before The home - ‘Interiors’  I created a previous polyptych on the home. That work was more oriented to the presentation of a possible repertory of forms of the myth. This time, however, the previous mythical dimension remains in the background, almost silent, leaving space for a more melancholic mythology of daily life. A less fortunate daily life that I ideally investigated through ("low fi") photography, during my imaginary inquiry to give form to the invisible. I tried to investigate and reread (also for personal reasons) further possible relationships between the idea of the home and that of the disease. To do this, I started from the many options of the myth with the one that interprets the home as a serene physical and/or spiritual place. So, the stereotype that has always imagined it almost exclusively positively could/should, if necessary, be integrated/revised with the opposing idea of a dimension that is sometimes less benevolent and fortunate while still remaining a stronghold of tenacious opposition to the adversities of life and, however, symbolic bastion of faith in the future. Roma, 2 novembre 2017

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Un'anteprima: Il polittico La casa. "Interni" sarà esposto nel corso della mostra: In/visibles,  1-29 Settembre 2018, Galerie Remp Arts, Durban-Corbières, Francia (***). Autori: Claudio Cravero, Torino e Gerardo Regnani, Roma. Curatore: Claudio Isgrò. Ulteriori informazioni: a seguire, dopo il testo La casa - "Interni", e sul sito https://www.galerie-remp-arts.com/copie-de-saison-2017/Un aperçu: Le polyptyque La maison. "Intérieurs" sera exposé lors de l'exposition: In/visibles, 1-29 septembre 2018, Galerie Remp Arts, Durban-Corbières, France (***). Auteurs: Claudio Cravero, Turin et Gerardo Regnani, Rome. Commissaire: Claudio Isgrò. Plus d'informations: à suivre, après le texte La maison - "Intérieurs", et sur le site https://www.galerie-remp-arts.com/copie-de-saison-2017./ A preview: The polyptych The home. "Interiors" will be exhibited during the exhibition: In/visibles, 1-29 September 2018, Galerie Remp Arts, Durban-Corbières, France (***). Authors: Claudio Cravero, Turin and Gerardo Regnani, Rome. Curator: Claudio Isgrò. Further information below, at the end of the text The home - "Interiors", and on the site https://www.galerie-remp-arts.com/copie-de-saison-2017.

 Claudio Cravero, s.t.    In/visibles    G. Regnani, La maison - "Intérieurs"

 

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La casa. “Interni”/La maison. “Intérieurs”/The home. ‘Interiors’(***) un'altra anteprima: G. Regnani, opera n. 1 del polittico La casa - "Interni" > immagine centrale: ciotola con foglie e fiori secchi; immagine perimetrale: elettrocardiogramma (particolare). In basso a sn, scheda anagrafico/sanitaria (immaginaria) di Pietro R., Firenze, 55 anni, gruppo sanguigno A+, diagnosi DMD(**), ICD-10-CM Code G71.0 (*)/un autre aperçu: G. Regnani, partie n. 1 du polyptyque La maison - "Intérieurs" > image centrale: bol avec des feuilles et des fleurs séchées; image périmétrique: électrocardiogramme (détail). Bas de sn, carte démographique/santé (imaginaire) de Pietro R., Florence, 55 ans, groupe sanguin A +, diagnostic DMD (**), CIM-10-CM Code G71.0 (*)/another preview: G. Regnani, part n. 1 of the polyptych The home - "Interior" > central image: bowl with leaves and dried flowers; perimeter image: electrocardiogram (detail). Bottom of sn, demographic/health card (imaginary) by Pietro R., Florence, 55 years, blood group A +, diagnosis DMD (**), ICD-10-CM Code G71.0 (*) (*), (**), (***) --> cfr- sotto/voir ci-dessous/info below: la scheda tecnica e illustrativa/la fiche technique et illustrative/the technical and illustrative sheet) e info expo.

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versione ridotta in italiano (segue la traduzione in francese e in inglese)

La casa. “Interni”

Tempo addietro avevo già realizzato un polittico dedicato al tema della casa. Quel mio precedente lavoro, sebbene fosse anch’esso “inquinato” dal mio vissuto, era maggiormente orientato a presentare un possibile repertorio di forme del mito, una sorta di microcatalogo delle sue varietà e del relativo, ipotetico, immaginario collettivo. In quest’occasione, invece, la dimensione mitica precedente resta sullo sfondo, quasi silente, lasciando il posto ad una più mesta mitologia della quotidianità. Un quotidiano meno fortunato che ho idealmente indagato durante una mia investigazione immaginaria per dare forma all'invisibile attraverso la fotografia. Per farlo, sono partito da una semplice, quanto non irrilevante, constatazione: tutto è dotato di un’estetica e di una dialettica - tecnicamente, dei mezzi di comunicazione - persino quando queste proprietà sembrino assenti o, addirittura, negate. Tra i vari media, la fotografia, sin dagli esordi con il suo immenso patrimonio visuale, continua ad offrirci un campionario di esempi praticamente infinito. E fra i molteplici soggetti di indagine del medium, la casa, con il suo carico di mito e di stereotipi, è certamente un caso esemplare, offrendo una così ampia scelta di varianti estetico/dialettiche, tale da comprendere le espressioni più disparate e, talora, anche antitetiche. Tra le tante opzioni del mito sono partito da quella che interpreta la casa come un luogo fisico e/o spirituale sereno. Un magico scrigno fatato, un ambiente felice dove custodire, curare e condividere al meglio i nostri “tesori” più preziosi e rappresentativi. Primi, fra tutti, i nostri cari. E così è, di solito. Ma per altri “beni” meno graditi, come le ferite profonde che la vita, purtroppo, a volte ci infligge e che la casa può e/o deve comunque ospitare, salvaguardare, mi sembra si riproponga, frequente, una certa tendenza omertosa, un mettere in ombra. Lo stereotipo, quindi, che la immagina da sempre quasi esclusivamente in chiave positiva - fondato quanto, forse, frusto – potrebbe/dovrebbe, se del caso, essere integrato/rivisto con l’idea opposta, di una dimensione talvolta meno benevola e fortunata, pur rimanendo comunque un presidio di tenace opposizione alle avversità della vita e, comunque, simbolico baluardo di fiducia nel futuro. Con queste premesse, attraverso un immaginario percorso narrativo personale, ho tentato di rievocare - per vie indirette e solo per accenni - una dimensione intima della casa diversa dai comuni benevoli cliché. Uno status differente che, all’opposto, la caratterizza come una realtà talvolta buia e penosa, ma non necessariamente come un luogo di resa e di disfatta. Tutt’altro!

Roma, 2 novembre 2017

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versione ridotta in francese (a seguire, una versione ridotta in inglese)/une versione réduite du texte en français (immédiatement aprés, il y a la version réduite en anglais)

La maison. “Intérieurs”Il y a quelques temps j’avais déjà réalisé un polyptyque consacré au thème de la maison. Ce précédent travail, bien que lui aussi “pollué” par mon vécu, était plutôt destiné à présenter un répertoire possible de formes du mythe, une sorte de micro-catalogue de ses variétés et de l’imaginaire collectif, hypothétique, correspondant. Pour le cas présent, en revanche, la dimension mythique précédemment évoquée reste en retrait, presque silencieuse, laissant ainsi la place à une mythologie plus mélancolique de la quotidienneté.  Un quotidien moins chanceux, sur lequel j’ai enquêté de manière idéale durant l’une de mes investigations imaginaires pour donner forme à l'invisible à travers la photographie. Pour ce faire, je suis parti d’une constatation simple, mais non dénuée d’importance : tout est doté d’une esthétique et d’une dialectique (techniquement, de moyens de communication), y compris lorsque ces propriétés semblent absentes ou même niées. Parmi les différents supports, la photographie, dès ses débuts et grâce à son patrimoine visuel immense, continue à nous offrir un échantillon d’exemples pratiquement infini. Et parmi les multiples sujets d’enquêtes du support, la maison, si chargée en mythes et stéréotypes, est certainement un cas exemplaire, qui offre un choix très vaste de variantes esthétiques/dialectiques, telles qu’elles permettent de comprendre les expressions les plus disparates voire antithétiques. Parmi les nombreuses options du mythe, je suis parti de celle qui interprète la maison comme un lieu physique et/ou spirituel serein. Un écran magique et enchanté, un environnement heureux où protéger, soigner et partager au mieux nos « trésors » les plus précieux et représentatifs. Et, par-dessus tout, ceux qui nous sont chers. Et il en est habituellement ainsi. Mais pour les autres “biens” moins appréciés, comme les blessures profondes que la vie, malheureusement, nous inflige et que la maison peut/doit héberger et protéger, il me semble qu’une certaine tendance à l’omerta, au déni, soit fréquemment de mise. Le stéréotype, donc, qui l’imagine, presque toujours exclusivement de manière positive (fondement par ailleurs quelque peu rudimentaire) pourrait/devrait, le cas échéant, être intégré/revu avec l’idée opposée, celle d’une dimension parfois moins bienveillante et chanceuse, bien que restant cependant un remède d’opposition tenace aux adversités de la vie et, dans tous les cas, un bastion symbolique de confiance dans le futur. Ceci étant dit, à travers un parcours narratif personnel imaginaire, j’ai tenté d’évoquer, de façon indirecte et seulement par touches, une dimension intime de la maison différente des clichés bienveillants habituels. Un statut différent qui, à l’opposé, la caractérise comme une réalité parfois sombre et pénible, mais pas nécessairement comme un lieu de capitulation et de défaite. Bien au contraire! Rome, le 2 novembre 2017 (traduction: Opitrad)

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versione ridotta in inglese (segue il testo completo)/a reduced version in english (full text below)

The home. ‘Interiors’ Some time ago, I created a polyptych on the home. That work, although ‘polluted’ by my experience, was more oriented to the presentation of a possible repertory of forms of the myth, a sort of micro-catalogue of its varieties and the related, hypothetical collective imagination. This time, however, the previous mythical dimension remains in the background, almost silent, leaving space for a more melancholic mythology of daily life, a less fortunate daily life that I ideally investigated during my imaginary inquiry to give form to the invisible through photography. To do this, I started from a simple, as not irrelevant, observation. Everything has an aesthetic and a dialectic - technically of the means of communication, even when these properties seem to be absent or even denied. Photography, among the different types of media, with its immense visual heritage since the very beginning, continues to offer a sample of practically infinite examples. Among the many topics investigated by the medium, the home, charged with myths and stereotypes, is certainly an exemplary case. It offers such a wide choice of aesthetic/dialectic variants that it includes the most diverse expressions and, as such, also those diametrically opposed. I started from the many options of the myth with the one that interprets the home as a serene physical and/or spiritual place. A magic, fairy-tale treasure chest, a happy environment where the best of our most precious, representative ‘treasures’ can be stored, cared for and shared. In particular, our loved ones. And that’s how it is, usually. For other less pleasant ‘assets’, like the deep wounds that life, unfortunately, sometimes inflicts on us and the home can and/or must, in any case, harbour and safeguard, I think that it often once again proposes a certain silence, a shadowing. So, the stereotype that has always imagined it almost exclusively positively –  well-founded yet superseded – could/should, if necessary, be integrated/revised with the opposing idea of a dimension that is sometimes less benevolent and fortunate while still remaining a stronghold of tenacious opposition to the adversities of life and, however, symbolic bastion of faith in the future. In this introduction, I have tried to re-evoke, indirectly and by hints, an intimate dimension of the home that is different from the common, benevolent clichés through an imaginary, personal narrative path. A different status that, alternatively, marks it as a reality that is sometimes dark and sorrowful but not necessarily as a place of surrender and failure. Anything but! Rome, 2 November 2017 (translation by: Opitrad)

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testo completo in italiano

La casa. “Interni” Tempo addietro avevo già realizzato un polittico dedicato al tema della casa. Quel mio precedente lavoro, sebbene fosse anch’esso “inquinato” dal mio vissuto, era maggiormente orientato a presentare un possibile repertorio di forme del mito, una sorta di microcatalogo delle sue varietà e del relativo, ipotetico, immaginario collettivo. In quest’occasione, invece, la dimensione mitica precedente resta sullo sfondo, quasi silente, lasciando il posto ad una più mesta mitologia della quotidianità. Un quotidiano meno fortunato, evocato solo indirettamente e per accenni, mai mostrato esplicitamente, che ho idealmente indagato durante una mia investigazione immaginaria per dare forma all'invisibile attraverso una fotografia "low fi". Per farlo, sono partito da una semplice, quanto non irrilevante, constatazione: tutto è dotato di un’estetica e di una dialettica - tecnicamente, dei mezzi di comunicazione - persino quando queste proprietà sembrino assenti o, addirittura, negate. Persino la morte, sia vista in diretta sia mediata, comunque ne possiede. L’angosciante sceneggiatura, è di norma caratterizzata da una successione di momenti agghiaccianti, non di rado contraddistinti da una surreale assenza apparente di dialettica. La morte, del resto, è una contingenza che non ammette - per statuto - alcuna contrapposizione dialettica con chicchessia. È la dolente e immutabile negazione di qualsiasi confronto, senza pietà e/o sconti per nessuno. Sempre implacabile di fronte a qualunque forma di vita. Tutto, dicevo, dalla morte in  giù, comunica  anche  attraverso  espressioni  estetiche  e   dialettiche - materiali, immateriali, mutevoli e peculiari che siano - anche qualora sembrino mancare e/o appaiano respinte al mittente. Tra i vari media, la fotografia, sin dagli esordi con il suo immenso patrimonio visuale, continua ad offrirci un campionario di esempi praticamente infinito. E fra i molteplici soggetti di indagine del medium, la casa, con il suo carico di mito e di stereotipi, è certamente un caso esemplare, offrendo una così ampia scelta di varianti estetico/dialettiche, tale da comprendere le espressioni più disparate e, talora, anche antitetiche. Tra le tante opzioni del mito - perché funzionale al “discorso” insito in questo mio ultimo lavoro - sono partito da quella che interpreta la casa come un luogo fisico e/o spirituale sereno. Un magico scrigno fatato, un ambiente felice dove custodire, curare e condividere al meglio i nostri “tesori” più preziosi e rappresentativi. Primi, fra tutti, i nostri cari. E così è, di solito. Ma per altri “beni” meno graditi, come le ferite profonde che la vita, purtroppo, a volte ci infligge e che la casa può e/o deve comunque ospitare, salvaguardare, mi sembra si riproponga, frequente, una certa tendenza omertosa, un mettere in ombra. Si pensi, tra tanti possibili dolori, a: un sentimento molesto, un crollo emotivo, una tossicodipendenza, un handicap e, non ultima (anche per ragioni personali), una patologia severa. In questi casi, la reticenza della quale accennavo può nascondere, dietro la cortina fumogena del modello positivo della casa, qualcosa di diametralmente opposto, ovvero uno spazio di segregazione, di isolamento e di abbrutimento. La casa può quindi rivelarsi come un luogo insalubre che è meglio sfuggire. Una palude stagnante di sofferenza psicofisica dove, per le ragioni più svariate, si tende a nascondere e relegare, piuttosto che mostrare, quegli “interni” sgraditi che la sorte, purtroppo, talvolta ci fa vivere e subire. Lo stereotipo, quindi, che la immagina da sempre quasi esclusivamente in chiave positiva – fondato quanto, forse, frusto – potrebbe/dovrebbe, se del caso, essere integrato/rivisto con l’idea opposta, di una dimensione talvolta meno benevola e fortunata. Un luogo fisico/astratto (altrettanto) possibile, certamente meno appetibile e invidiabile, perché talora ospita anche l’inferno terreno della malattia. Una malattia intesa come la frazione più buia e terribile dell’esistenza, come hanno efficacemente sottolineato, da prospettive diverse quanto interconnesse (semiotica, antropologica, etc.) Maria Giulia Dondero in Fotografare il sacro e Robert F. Murphy in Il silenzio del corpo. La casa, dunque, anche come luogo di sofferenza, di dolore, pur rimanendo comunque un presidio di tenace opposizione alle avversità della vita e, comunque, simbolico baluardo di fiducia nel futuro. Al riguardo, ricordo che la salute è considerata dall’OMS un diritto fondamentale dell’umanità e non è la pura e semplice assenza di malattia, bensì lo stato di completo benessere fisico, psichico e sociale della persona. Benessere psicofisico e sociale che una diagnosi infausta, evidentemente, nega e tende a dissolvere, “armata” com’è spesso, similmente alla morte, di un’antidialettica amara e crudele. Un’indisponibilità ferrea alla mediazione, talora “rinforzata” da un’estetica altrettanto drammatica e priva di tatto, che, invece di mitigare, può, viceversa, accentuare ulteriormente lo stato di malessere e di disagio in cui vive lo sfortunato protagonista. Con queste premesse, attraverso un immaginario percorso narrativo personale, ho tentato di rievocare – per vie indirette e solo per accenni, dicevo – una dimensione intima della casa diversa dai comuni benevoli cliché. Uno status differente che, all’opposto, la caratterizza come una realtà talvolta buia e penosa, ma non necessariamente come un luogo di resa e di disfatta. Tutt’altro! Per realizzare questa mia ipotetica investigazione immaginaria, ho immaginato, quindi, di compiere alcune effrazioni virtuali, con annessa (sempre irreale) rapina, entrando idealmente a fotografare di nascosto in alcune case; “violandone”, così, l’intimità. Sono case fittizie, ovviamente, che ospitano persone, altrettanto immaginarie e anonime, gravemente malate. Si tratta, per l’esattezza, di una miniserie di venti case, tutte abitate da persone simili, anche nel loro essere, spesso, dei paria sociali, degli “invisibili”. Anime comuni, come tante, che ho teoricamente immaginato, in parte o del tutto, rinchiuse tra le mura di una casa/prigione. Assediate, talvolta, da una profonda disperazione, a causa di una diagnosi amara relativa ad una patologia che, sebbene non risulti del tutto incurabile, resti, talora, inguaribile. Una condizione difficile, discriminatoria e, talora, anche precocemente letale. Ho dunque supposto di entrare, in punta di piedi, in alcune di questi tristi appartamenti e di spiare di nascosto delle vite immaginarie. Ho idealmente riportato indietro – ed è il magro bottino condensato nel mio lavoro – qualche fotografia (frammenti d’interni, piccole cose di casa) degli ambienti abitati da questi ipotetici ospiti/infermi, dei quali ho anche abbozzato dei microscopici profili anagrafici e sanitari, anch’essi fittizi, composti da: nomi, luoghi, cenni clinici, etc. Per rendere più “leggibile” questo mio immaginario percorso investigativo/narrativo, le immagini fotografiche condividono lo spazio dell’opera anche con alcuni altri piccoli ”rinforzi” simbolici, riassunti in una miscellanea di rielaborazioni, anonime e parziali anch’esse, di: documenti clinici, studi di settore, dati sanitari, etc. Aggiungo che immagino la “refurtiva”, non solo fotografica, che ho ipoteticamente sottratto all’intimità domestica di queste case – e che condividerò virtualmente attraverso queste opere – come degli esili costrutti culturali, una sorta di labile immaginario personale. Uno scenario astratto ma non inverosimile né, tanto meno, lontano dalla realtà quotidiana di tante persone colpite, purtroppo, da patologie talora progressivamente invalidanti e/o precocemente letali. Si tratta, sovente, di vite segnate da una malattia percepita come qualcosa di ineluttabile, uno spietato destino privato, dovuto forse a un proprio difetto strutturale. Una “tara”, talora, senza alcuna speranza di guarigione, che connota la malattia come un carattere ontologico, connaturato, dell’esistenza umana. Un micromondo sventurato, per quanto ipotetico, quel che ho dunque metaforicamente sintetizzato in questo lavoro, che si contrappone, ribadisco, ad uno scenario sociale disgraziatamente diffuso e reale (mi riferisco, in particolare, all’Italia). In merito, evitando, in questa sede, altre e più esplicite prese di posizione e/o polemiche personali, mi limito soltanto a ricordare l’annoso e non facile cammino - non solo legislativo - per giungere ad una migliore valorizzazione delle “diversità”, qualunque esse siano: di genere, anagrafiche, geografiche, di competenza, etc. Un percorso spesso tutto in salita, segnato da una pluralità di barriere - soprattutto culturali - talvolta molto difficili da superare. Ne accenno, perché mi auguro siano favorite ulteriormente, anche attraverso politiche possibilmente più inclusive, maggiori e migliori garanzie di integrazione, equilibrio e giustizia sociale. Sempre in questa prospettiva, mi auguro anche una più diffusa e sensibile attenzione a temi altrettanto delicati, quale quello della legislazione sul fine vita. La nostra civilissima Europa, anche in questo campo, non è proprio un esempio virtuoso. Il Vecchio Continente registra, infatti, un quadro ancora disomogeneo e squilibrato, con differenziazioni significative fra le varie legislazioni nazionali, molto più avanzate in alcuni casi rispetto ad altre che lo sono (talora molto) meno, connotate da ritardi e “resistenze”, anche forti, di vario genere. Anche per questi motivi, spero di essere riuscito a dare una connotazione più “politica” all’investigazione immaginaria di queste case condensata nelle opere che ho realizzato. Opere magari semplici, tuttavia con delle ambizioni. Prima, fra altre, quella di contrastare i diffusi stereotipi e pregiudizi su chi convive con una disabilità - congenita o acquisita che sia - tentando, insieme, di stimolare un orientamento maggiormente positivo al riguardo. Una migliore disposizione che, pur ricordando concretamente quanto una maledetta malattia possa plausibilmente togliere, evidenzi, in contrapposizione, ciò che non dovrebbe mai (si spera) togliere, ovvero: la forza di resistere e di lottare e, non ultima,  … la speranza! Magari anche solo quella di reintegrarsi in modo dignitoso, compatibilmente con la patologia di cui si soffre, nel tessuto affettivo e sociale di riferimento. Una fiducia e una dialettica che potrebbero essere alimentati, tra l’altro, dall’attesa di sperabili sviluppi nel campo della ricerca, dalla probabilità di essere ancora comunque socialmente e affettivamente utili, così come da un comprensibile ed umano desiderio … di durare più a lungo. Il riferimento ad alcune particolari infermità (vedi elenco allegato), piuttosto che ad altre, oltre che casuale, non è né scientifico né profanatore. All’opposto, mi augurerei risultasse solidale, umanistico e, magari, tendenzialmente trascendente. Capace, cioè, di rinviare ad un’immagine della figura umana intesa come un’entità “alta”, sia fisica che intellettuale, facente parte di un ecosistema straordinario, nel quale convivono, in un’incessante mutua interrelazione, spirito e biologia, astratto e materia. Sino alla fine! Fino ad amalgamarsi insieme, confondendosi con la morte, divenendo così una cosa sola: pura astrazione, memoria e, chissà, forse anche mito: personale, familiare, collettivo. Come potrebbero probabilmente esserlo le case dove hanno trovato ospitalità, anche temporaneamente, questi immaginari sventurati compagni di lotta e di … resistenza! Questo, per quanto nebuloso possa essere il quadro che ho tratteggiato, è il sottofondo culturale, l’immaginaria geografia sociale - anche estetica e dialettica - con il quale mi sono confrontato “entrando” in queste venti anonime case. Roma, 2 novembre 2017 P.S.: Attraverso questo lavoro – forse il più duro, a livello emotivo, per me – oltre ad evidenziarne la dimensione estetica e dialettica, ho cercato anche di rispondere indirettamente ad un quesito per certi versi affine a quello già posto con la precedente ricerca, ovvero: la malattia è una forma di comunicazione?

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Appendice 1 Il silenzio del corpo Nelle case in cui sono stato, come in tante altre, ho visto, tra le altre cose, molti libri. Uno di questi ricordavo di averlo già sfogliato tempo prima in una libreria. Ho deciso, quindi, di prenderlo ... “in prestito”. Si tratta de Il silenzio del corpo di Robert F. Murphy e riflette sulla disabilità, analizzata con lo sguardo - anche tecnico - dell’antropologo, egli stesso malato, divenuto prima paraplegico, poi tetraplegico. La malattia, attraverso il progressivo degradarsi del corpo, è vista da Murphy come un penoso grimaldello che apre le porte ad una dimensione altra, ad una sorta di fuga dal mondo, che interrompe e sconvolge gli abituali ruoli sociali e fa assumere una veste nuova al malato. Questa situazione, in relazione alla severità della patologia, lo esonera, in parte o del tutto, dai suoi precedenti doveri sociali. È una dispensa collegata, però, ad una specifica contropartita (ideologica, mi chiedo?), ossia: fare tutto il possibile per ristabilirsi. Ciò, perché anche l’infermità deve sottostare a delle regole sue e specifiche, paradossalmente persino quando queste non possano essere o non serva più che siano, comunque, rispettate. Radicalizzando, penso, in particolare, al c.d. “accanimento terapeutico” e, più in generale, a quei percorsi terapeutici che assumono forme di parossismo tali da rasentare la schizofrenia, come nel caso, già accennato precedentemente, di patologie che, talvolta, per quanto curabili, non siano comunque guaribili. Il malato non ha comunque scelta, caricato, come è, dell’onere di fare ogni sforzo possibile per migliorare il proprio stato di salute. Qualunque carenza, un cedimento qualsiasi può essere letto come un’assenza d’impegno, persino come un segno indesiderato e/o prematuro di abbandono. In questo sottobosco culturale, la cosa più ardua resta comunque il dover subire il progressivo dissolversi della propria indipendenza di scelta, perché, come malati, ancor più se disabili, si dipende, purtroppo, più o meno completamente dagli altri. Si sperimentano così, amaramente, un costante calo dell'autostima e un’incursione progressiva e spietata - una vera e propria usurpazione - della mente ad opera della malattia. Insieme cresce anche una rabbia smisurata, alimentata dalla triste consapevolezza di aver acquisito un’inedita, quanto sgradita, diversità. E, passando dall'incredulità dello scoprirsi malato al fare progressivamente esperienza della disabilità, la malattia tocca corde intime delicatissime, alimentando un’ira esistenziale per un'afflizione senza fine e un crescente desiderio di ribellione nei confronti del mondo intero. Sebbene possano essere infondati, tendono irrazionalmente ad emergere anche un’odiosa sensazione di colpevolezza, mista a vergogna. La persona disabile sperimenta inoltre l’ulteriore forma di imbarazzo e di rancore legata, in particolare, a quelle circostanze nel corso delle quali sono più o meno visibili le proprie difficoltà (motorie, dialettiche, mnemoniche, etc.), con l’inevitabile mortificazione del doverle comunque affrontare/mostrare. Si pensi, per quanto banale sia, ai comuni atti di vita quotidiana. L'emergere della malattia comporta, pertanto, una continua riconsiderazione e rimodulazione quali/quantitativa del proprio ruolo sociale, con inesorabili e, talvolta, pesanti riflessi sul proprio microsistema relazionale di riferimento. Un potenziale, graduale, sgretolarsi dei rapporti sociali e il conseguente ritrarsi dai contesti potenzialmente più ansiogeni e, in generale, dai contatti con gli altri. Il diradarsi progressivo delle relazioni precedenti l'insorgenza della patologia disabilitante può essere talora compensato dalla ricerca di nuovi affetti, magari … tra i "propri simili". Il malato è dunque costretto a ridiscutere tutto, in un incessante e intenso confronto tra il proprio io e gli altri, tra se stesso e quanto lo circonda, ma, soprattutto, tra se stesso e ... se stesso! In questa prospettiva, la progressiva perdita di autonomia, posta in relazione con il proprio mondo, prende inevitabilmente il sopravvento, divenendo via via “la” condizione centrale del quotidiano di una persona disabile. "La dipendenza dalla malattia è molto più di una semplice dipendenza fisica dagli altri, perché genera una sorta di relazione sociale asimmetrica che è onnicomprensiva, esistenziale e per certi versi più invalidante rispetto alla menomazione fisica in sé. E non è tanto uno stato del corpo quanto uno stato della mente, una condizione che deforma tutti i legami sociali e contamina ulteriormente l'identità di chi è dipendente. La dipendenza invade ed erode la basi [N.d.R.] sulle quali si fondano le relazioni sociali." Un assalto crudele che mette a dura prova - e su più fronti - sia la “vittima prescelta” sia i suoi legami sociali ed affettivi, persino quelli più forti e duraturi. Durante l’evolversi della patologia il malato saggia, tra l'altro, il concetto di liminalità, ovvero quella condizione di passaggio da una situazione sociale - di norma migliore, non solo dal punto di vista della salute - ad un'altra. Ed è proprio nel transito tra le due condizioni che si incontra questa dimensione liminale, questo “limbo sociale” popolato di vite indefinite e sospese “a mezzaria”. Una dimensione frustrante nella quale coloro che sono affetti da una patologia severa: “[…] non sono né malati né sani, né morti né pienamente vivi, né fuori dalla società né totalmente partecipi. Sono esseri umani, ma i loro corpi sono deformati o malfunzionanti, lasciando nel dubbio la loro piena umanità […] tutt’altro che devianti, sono il controcanto della vita quotidiana.” Per considerare appieno l’infermità, non basta analizzare la sola componente sociale, perché non rende compiutamente la varietà e l’articolazione pluridimensionale della malattia, composta, come è, da esperienze, relazioni, emozioni, contesti, simboli, significati, etc. Una multidimensionalità che – connaturando in più modi l’ontologia della malattia, la sua immanenza nell’esistenza  umana - interessa più ambiti: il sapere scientifico, il rapporto personale con la propria fisiologia, le relazioni tra l’individuo e la circostante realtà sociale e quelle tra sé stessi e l’ambiente naturale e/o artificiale di riferimento. Il corpo “esposto”, indifeso e perdente dell’infermo è, quindi, il luogo reale e/o virtuale e, purtroppo, vulnerabile, dove si sperimenta la perdita di funzioni/facoltà e le relative umiliazioni, divenendo un emblema evidente della fragilità umana. Nel progressivo e mutevole definirsi della patologia si crea inoltre uno strappo, via via più ampio e talora incolmabile, tra quanto in precedenza era e quanto, nel qui ed ora, invece è divenuto il corpo - non solo fisico - del malato. Un prima e un dopo che fanno i conti con lo stereotipo, duro a morire, del soggetto “a norma”, rispetto a quello che non lo è più. Il malato, in particolare quello che vive una menomazione anche fisica, ne fa ripetutamente esperienza, tra l’altro, negli sguardi/commenti altrui sulla sua disabilità, nei luoghi pubblici come in quelli privati, nella corsa ad ostacoli quotidiana tra ambienti pensati non di rado solo per persone normodotate, che li costringono a continui e a volte difficili, se non impossibili, adattamenti, stress, etc. Una  rete di disagi che, unita all’impossibilità di governare convenientemente i deficit crescenti del proprio corpo, sviliscono ulteriormente la qualità, già più o meno compromessa, del vivere quotidiano. Può emergere, in simili circostanze, una sorta di esternalizzazione dell’identità: un estraniamento, una forma di alienazione e di presa di distanza della mente che “fuoriesce” dal corpo malato. Uno stato definito “disembodiment”. “La mia soluzione al problema è stata la radicale dissociazione dal corpo, una specie di esternalizzazione dell’identità […] I miei pensieri e il senso di essere vivo sono stati riportati al mio cervello dove adesso risiedo e che, più che mai, è la base da cui mi protendo e afferro il mondo.” Le sensazioni, lo stato reale, la fisiologia del corpo assumono quindi un ruolo subordinato, diventano una sorta di sottofondo, quasi fosse qualcosa di distaccato e di “lontano”. E, in tal modo, tutta la vita possibile viene affidata alla mente. Nessun’altra “trasferta”, leggendo Il silenzio del corpo, sembra essere mai stata così pervasiva e coinvolgente!   Appendice 2 Fotografare il sacro Uno dei valori fondanti di questo lavoro, prendendo spunto dal citato Fotografare il sacro di Maria Giulia Dondero, è legato all’idea - a me particolarmente cara - che la vita sia comunque un dono, a prescindere da chi/cosa/dove si supponga possa essere eventualmente venuta. Un dono che credo valga sempre la pena… vivere, possibilmente appieno, seppure entro i limiti di un’esistenza dignitosa. Un dono che può evocare, se è autentico, persino una dimensione sacrale, trascendente, in particolare per la sua natura gratuita e “disorganizzata”, legata, come è, anche al caso. Una dimensione priva di contraffazioni, dunque, senza tatticismi contingenti e/o strategie di medio o lungo periodo. Un dono immotivato, istintivo e sublime insieme, come può esserlo un’alba. Un avvento, la donazione pura, che, estremizzando, può assumere i contorni di un gesto addirittura “irresponsabile” che, al pari di un atto inconscio, è estraneo persino al donatore, e, pertanto, essendo impersonale, è libero da ogni necessità di controbilanciamento sociale. Radicalizzando ulteriormente, lo si può immaginare anche come un atto senza nome, ignoto finanche a se stesso; privo, dunque, di una relazione con qualcuno/qualcosa. Senza un volto, un’identità. In altre parole: anonimo, invisibile. Come mi sono apparsi anche gli ospiti delle case nelle quali, in spirito, un mio immateriale avatar, un altro me stesso, anche se per poco, là … “è stato”!   Appendice 3  Lector in fabula Non ho però immaginato questo mio “furto con scasso” in solitaria, bensì con l’intervento, differito, di (tanti, spero!) altri anonimi collaboratori/complici, ovvero: gli osservatori/spettatori del mio lavoro. Dei complici speciali: dei “ricettatori”, per l’esattezza. Soci in affari, che, integrandole con il loro contributo personale, ricarichino ulteriormente di senso le mie opere/refurtiva, prima di piazzarle in un altrettanto immaginario traffico di merci rubate. Un mercato che potrebbe essere animato anche dallo sguardo di altri possibili futuri spettatori/complici e così via, più volte possibile, idealmente senza soluzione di continuità. Lo spunto, con tutti i limiti del caso, arriva dalle teorizzazioni di Umberto Eco nel suo Lector in fabula, che trattano il tema dell’interpretazione del testo come compito del lettore. Analogamente al lettore ideale di Eco, vorrei stipulare idealmente anch’io una sorta di patto cooperativo con l’occasionale osservatore/spettatore delle mie opere, che, magari, duri a lungo anche dopo la visione occasionale del lavoro. Un ipotetico contratto di rilettura e attribuzione/integrazione ulteriore di senso alle opere che propongo. In quest’ottica cooperativa, inoltre, potrebbe anche essere riconsiderata la mitologia prettamente felice sulla casa della quale accennavo in precedenza. In questo humus cooperativo, lo spettatore/osservatore ideale non è un “ingenuo”. Ha, piuttosto, tutte le potenzialità - sia durante sia dopo la visione, anche fugace, delle mie opere - per contribuire idealmente a rileggere dal suo punto di vista, (ri)creare, all’occorrenza, il senso del mio testo/opera. E, magari,  “dare voce” ad altre probabili storie di umana sopportazione, per quanto limitati possano risultare le scarne e distorte informazioni/indizi di partenza che troverà nel mio lavoro. Questo anonimo collaboratore, tra quanto proposto e quanto immaginato - ossia tra il “detto” e “non detto” di queste opere - vorrei dunque che si unisse idealmente a me - per “fare rete”, al pari di un’associazione di categoria - nell’esplorazione e condivisione di questa dimensione  di lotta, di resistenza e di speranza. Lo farebbe mettendo a frutto le sue competenze e sensibilità personali, miscelandole con i rimandi che spero (sufficienti) troverà nei miei lavori. Vorrei, inoltre, che divenisse un vero e proprio coautore (per quanto temporaneo), che, partendo dai miei spunti, ricostruisse, almeno momentaneamente, una o più storie plausibili degli ospiti immaginari delle case nelle quali sono idealmente entrato a fotografare. In questa impresa collettiva, pensando ancora a Eco, questo ipotetico e ideale coautore collaborerà quindi con me affinché la (ri)narrazione, eventualmente stimolata dal mio lavoro, “funzioni" al meglio anche per chi (molti, spero!), in seguito, la condividerà. Entrando ulteriormente nel dettaglio, in una prospettiva maggiormente tecnica, in queste esplorazioni virtuali la cooperazione interpretativa alla quale accennavo potrebbe svilupparsi gradualmente, per frazioni inferenziali, non deduttive ma induttive. In questo lavoro, infatti, la generalizzazione  di  partenza  alla  quale faccio riferimento - ossia la casa, con i suoi tristi “interni” - è una generalizzazione indotta, piuttosto che dedotta. Più nello specifico, lo è perché parte dalle premesse incerte offerte dalle mie fotografie di piccole componenti domestiche. Non indubitabilmente e non linearmente sempre e comunque riconducibili con certezza alla generalizzazione/casa stessa. Premesso questo, gli oggetti, gli ambienti fotografati e la generalizzazione/casa rappresentata nelle mie opere, sono collegati tra loro da un rapporto di tipo quantitativo: la parte per il tutto (c.d. sineddoche). La casa immaginaria alla quale si fa riferimento è quindi evocata indirettamente nella raffigurazione di: un vaso, un arredo, un accessorio, un infisso, etc. Diversamente, sebbene affine, l’altra  generalizzazione  parallela alla quale è collegato il mio lavoro - la malattia, nella sua accezione più drammatica - e i “rinforzi” semantici ai quali accennavo in precedenza (documenti clinici, studi di settore, dati sanitari, etc.), si poggia invece su di un rapporto di tipo sostitutivo: qualcosa al posto di qualcos’altro (c.d. metonimia). La malattia, in questo caso, è richiamata alla mente dai citati “rinforzi” metaforici di cui ho appena riaccennato. Una doppia generalizzazione (la casa e la malattia) che, come evidenziavo poco prima, non essendo del tutto esplicite in queste opere, potrebbe non apparire immediatamente evidente e, pertanto, non facilmente “leggibile”. Viceversa, se le mie opere/premesse avessero invece richiamato in maniera meno criptica dei luoghi comuni, avrei forse potuto favorire nell’osservatore un percorso probabilmente più diretto e deduttivo, nel quale le probabili conclusioni sarebbero sembrate seguire in modo più lineare le mie opere/premessa. Si tratta, me ne rendo conto, di un percorso interpretativo tortuoso e tendenzialmente ermetico, ma era importante per me partire da piccoli e semplici frammenti di questo non facile e lieto quotidiano (metafora, anch’essi, dei “piccoli” ai quali il lavoro fa riferimento) per poter poi rinviare ad un “discorso”, spero, di respiro più ampio. Preciso infine che, da sempre, interpreto il tutto di cui accennavo nella parte iniziale - non soltanto le mie opere, quindi - come un vero e proprio testo, da intendersi non esclusivamente come un’opera testuale (scritto, libro, articolo, etc.), bensì, in un’accezione semiotica, come un contenitore formale di senso, eventualmente da decodificare. Alcuni riferimenti -------------- Maria Giulia Dondero, Fotografare il sacro, Booklet, Milano; Umberto Eco, Lector in fabula, Bompiani, Milano; Robert F. Murphy, Il silenzio del corpo, Erickson ed., Trento; https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_abbreviations_for_diseases_and_disorders; http://www.icd10data.com/; http://www.who.int/en/. Dichiarazione di esclusione di responsabilità Questo lavoro è un’opera del tutto immaginaria, frutto della fantasia. Ogni riferimento, quindi, a persone realmente esistenti o morte e/o a fatti effettivamente accaduti è da ritenersi totalmente involontario e, pertanto, puramente casuale. Non è immaginaria, purtroppo, la dimensione umana alla quale, in vari modi/parti, si fa riferimento./Ce travail est un travail entièrement imaginé, le résultat de fantasme. Toute référence, par conséquent, aux personnes réellement existantes ou à la mort et/ou faits factuels doit être considérée comme totalement involontaire et donc purement accidentelle. Malheureusement, la dimension humaine à laquelle il fait référence, de diverses manières, n'est pas imaginative./This work is an entirely imagined work, the result of fantasy. Any reference, therefore, to genuinely existing people or death and/or factual facts is to be considered totally involuntary and therefore purely accidental. Unfortunately, the human dimension to which it makes reference, in various ways/parts, is unimaginative.

une version complète du texte traduit en français

La maison. «Intérieurs» Il y a quelque temps, j'avais déjà créé un polyptyque dédié au thème de la maison. Mon précédent travail, même s'il était aussi "pollué" par mon expérience, était plus orienté vers la présentation d’un possible répertoire de formes du mythe, vers une sorte de microcatalogue de ses variétés et de l'imaginaire relatif, hypothétique, collectif. Cependant, à cette occasion, la précédente dimension mythique reste en toile de fond, presque silencieuse, et cédat la place à une plus triste mythologie de notre quotidien. Une vie quotidienne moins chanceuse, évoquée seulement indirectement et par des indices, et donc jamais explicitement montré, que j'ai idéalement étudié au cours de mon enquête imaginaire pour donner forme à l'invisible à travers des photographies "low fi".. Pour se faire, je partais d'une simple mais non pertinente observation: tout est doté d’une esthétique et d’une dialectique - techniquement, les moyens de la communication - même lorsque ceux-ci semblent absents ou même refusés. La mort encore, qu'elle soit vécue ou médiée, dispose toujours de ces propriétés. L’angoissant scénario, se caractérise en général par une succession de moments de refroidissement, mais il n’est pas rare qu’il se distingue aussi par une absence apparente de dialectique. De plus, la mort est une éventualité qui ne permet pas - par la loi - une opposition dialectique avec qui que ce soit. Il s’agit du douloureux et immuable dénis de toute comparaison, sans pitié et / ou rabais pour quiconque. Toujours implacable face à toute forme de vie. Tout, comme j’ai dejà dit, de la mort vers le bas, communique aussi par des expressions esthétiques et dialectiques - matérielles, immatérielles, changeants et particuliers - même s'ils semblent manquer et / ou apparaît rejeté à l'expéditeur. Parmi les différents médias, la photographie, depuis le début avec son immense patrimoine visuel, continue de nous offrir un échantillon d'exemples pratiquement infinis. Et parmi les nombreux sujets d'investigation du médium, la maison, avec sa charge de mythe et de stéréotypes, est sans doute un cas exemplaire, en offrant un immense large choix de variantes esthétiques / dialectiques, capables de comprendre les expressions les plus disparates et parfois même antithétiques. Parmi les nombreuses options du mythe - parce qu'il est fonctionnel au «discours» inhérent à mon dernier travail - je suis parti de ce qui interprète la maison comme un lieu physique et / ou spirituel serein. Une fée magique, un environnement heureux où nous pouvons préserver, prendre soin et mieux partager nos "trésors" les plus précieux représentés. Tout d'abord, ceux que nous aimons. Et c'est ainsi, habituellement. Mais pour d'autres "biens" moins bien accueillis, comme les blessures profondes que la vie, malheureusement, nous inflige parfois et que la maison peut et / ou doit encore accueillir, sauvegarder, il me semble qu’une certaine tendance d'omerta, une ombre se répète fréquentement. On pense, parmi beaucoup de douleurs possibles, à un harcèlement, une dépression émotionnelle, une toxicomanie, un handicap et, enfin et surtout (aussi pour des raisons personnelles), une pathologie sévère. Dans ces cas, la réticence dont j'ai parlé pourrait cacher, derrière l'écran de fumée du modèle positif de la maison, quelque chose de diamétralement inverse. C’est à dire un espace de ségrégation, d'isolement et de brutalisation. La maison peut donc se révéler être un endroit malsain où il vaut parfois mieux s'échapper. Un marais stagnant de souffrance psychophysique où, pour les raisons les plus diverses, nous avons la tendance à cacher et reléguer plutôt que de montrer ces «intérieurs» importuns que le destin, malheureusement, nous fait parfois vivre et souffrir. Donc, le stéréotype, qui l'a toujours imaginé presque exclusivement dans une clé positive – fondé comment, peut-être, dépassé - pourrait / devrait, le cas échéant, être intégré / révisé avec l'idée inverse d'une dimension parfois moins bienveillante et chanceuse. Un lieu physique / abstrait (également) possible, certainement moins agréable et enviable, car parfois il accueille aussi l'enfer terrestre de la maladie. Une maladie comprise comme la fraction la plus sombre et la plus terrible de l'existence, comme Maria Giulia Dondero dans son livre “Fotografare il sacro” et Robert F. Murphy dans “Le Silence du corps” ont efficacement souligné, à partir de différentes perspectives ainsi que interconnectés (sémiotique, anthropologique, etc.) La maison, donc, aussi comme un lieu de souffrance et de douleur, tout en restant une garnison d'opposition tenace aux adversités de la vie et, de toute façon, bastion symbolique de la confiance dans le futur. À cet égard, je rappelle que la santé est considérée par l'OMS comme un droit fondamental de l'humanité et qu’il ne s’agit pas seulement de l'absence pure et simple de la maladie, mais aussi de l'état de bien-être physique, mental et physique complet de la personne. Un bien-être psychophysique et social qu'un diagnostic inquiétant nie évidemment et tend à dissoudre, "armé" comme c'est souvent, de même que la mort, d'antidialectique amère et cruelle. Une indisponibilité pour la médiation, parfois "renforcée" par une esthétique tout aussi dramatique et sans tact, qui, au lieu d'atténuer, peut, au contraire, accentuer davantage l'état de malaise et de désagrément dans lesquel le malheureux protagoniste vit. Avec ces prémisses, à travers un parcours narratif personnel imaginaire, j'ai essayé de me souvenir pour les voies indirectes et seulement pour les indices, comme j'ai dejà dit - une dimension intime de la maison différente des clichés bienveillants. Un statut différent qui, le caractérise, au contraire, comme une réalité parfois sombre et douloureuse, mais pas nécessairement comme un lieu de reddition et de défaite. Loin de là! Pour réaliser cette hypothèse conjectural, j'imaginais alors accomplir quelques cambriolages virtuels, avec un vol attaché (toujours irréel), idéalement en entrant dans certaines maisons pour prendre des photographies du dissimulé; en "violant" de cette façon, son intimité. Il s’agit des maisons fictives, bien sûr, cet hôte et les gens, également imaginaires et anonymes, gravement malades. C'est, pour être précis, une mini série de vingt maisons, toutes habitées par des gens partageant les mêmes idées, souvent dans leurs parias sociaux de "l'invisible". Âmes communes, comme tant d'autres, que j'ai théoriquement imaginé, en partie ou en tout, enfermé dans les murs d'une maison / prison. Assiégé, parfois, par un profond désespoir, à cause d'un amer diagnostic concernant une pathologie qui bien qu'elle ne soit pas complètement incurable reste parfois, incurable. Une condition difficile, discriminatoire et parfois précocement létale. Je suis donc supposé entrer, en pointe des pieds, dans certains de ces tristes appartements et dois espionner dans le secret des vies imaginaires. J'ai idéalement ramené - et c'est le butin mince condensé dans le coeur de mon travail - quelques photographies (fragments d'intérieurs, petites choses à la maison) des environnements habités par ces hôtes hypothétiques / infirmes, dont j'ai également esquissé quelques microscopiques profils personnels et sanitaires, également fictifs, constitués de: noms, lieux, signes cliniques, etc. Avec l’objectif de rendre plus "lisible" ce chemin imaginaire investigatif / narratif que j’ai entrepris, les images photographiques partagent également l'espace de l'œuvre avec d'autres petits "renforts" symboliques, résumés en un melange de rélaborations, anonymes et partielles, de: documents cliniques, études sectorielles, données de santé, etc. Je voudrais ajouter que j'imagine ce "vol ", qui n’est pas seulement photographique, que j'ai hypothétiquement soustrait à l'intimité domestique de ces maisons - et que je partagerai virtuellement à travers ces œuvres - comme une construction culturelle mince, une sorte d'imaginaire personnel fugace. Un scénario abstrait mais pas extravagant et, encore moins, loin de la réalité quotidienne de nombreuses personnes touchées, malheureusement, de pathologies parfois progressivement invalidantes et / ou précocement létales. C'est, souvent, de vies marquées par une maladie perçue comme quelque chose d'inéluctable, un destin impitoyable privé, peut-être en raison de son propre défaut structurel. Une "tare", parfois, sans aucun espoir de la guérison, qui connote la maladie comme un caractère ontologique et inhérent de l'existence humaine. Un micromonde misérable, aussi hypothétique soit-il, que j'ai synthétisé métaphoriquement dans ce travail, qui s'oppose, je le répète, à un scénario social désastreusement très répandu et réel (je me réfère, en particulier, à l'Italie). À cet égard, en évitant, ici, d'autres et plus explicites positions personnelle et / ou polémiques, je me limite seulement à me souvenir du long et pas facile voie - pas seulement législative - pour parvenir à une meilleure exploitation de la «diversité», n’importe pas quels qu'ils soient: de genre, données personnelles, géographiques, de compétences, etc. Un chemin souvent tout en haut, marqué par une pluralité d'obstacles - en particulier culturels - parfois très difficile à surmonter. Je le mentionne, parce que j'espère que meilleurs et plus nombreuses garantie d’intégration, d’équilibre et de justice seront plus favorisés, aussi par des politique le plus inclusives possible. Toujours dans cette perspective, j'espère également une attention plus large et sensible aux thèmes tout aussi délicat, comme la législation sur la fin de la vie. Notre Europe civilisée aussi dans ce domaine, n'est pas vraiment un exemple vertueux. En effet, le Vieux Continent enregistre un cadre encore inégal et déséquilibré, qui présente des différences significatives entre les législations nationales, beaucoup plus avancées dans certains cas que d'autres qui sont (parfois très) moins, caractérisés par des retards et des "résistances", également fortes, de toutes sortes. Aussi pour ces raisons, j'espère avoir réussi à donner une connotation plus "politique" à l'investigation imaginaire de ces maisons condensées dans les œuvres que j'ai faites. Mes travaux peuvent être simples, mais avec des ambitions. D'abord, entre autres, ils ont le but de contrer les stéréotypes répandus et les préjugés sur les personnes qui vivent avec un handicap - congénital ou acquis c'est - essayant, ensemble, de stimuler une orientation plus positive à cet égard. Un meilleur arrangement que, bien que se souvenir concrètement combien une maladie peut retirer, peut mettre en évidence, en revanche, ce qui ne devrait jamais (espérons-le) disparaître, à savoir: la force de résister et de se battre et, notamment ... l’ésperance! Peut-être même juste pour se réintégrer dignement, en accord avec la pathologie dont on souffre, dans le tissu émotionnel et social de référence. Une confiance et une dialectique qui pourraient être nourries, entre autres, par l'attente de l'espoir développé dans le domaine de la recherche, à partir de la probabilité d'être encore socialement et affectivement utile, ainsi qu'un désir compréhensible et humain ... pour durer plus longtemps. La référence à certaines infirmités particulières (voir liste ci-jointe), plutôt qu'à d'autres, ainsi que décontracté, n'est ni scientifique ni profanateur. Au contraire, j'espère que ce serait favorable, humaniste et, peut-être, potentiellement transcendant. La référence doit etre capable de se référer à une image du figure humaine comprise comme une entité «haute», à la fois physique et intellectuelle, faisant partie d'un écosystème extraordinaire, dans lequel coexistent, dans une interrelation mutuelle incessante, l'esprit et la biologie, abstraite et de la matière. Jusqu'à la fin! Jusqu'à amalgamer ensemble, se mêler à la mort, devenant ainsi une chose: pure abstraction, la mémoire et, qui sait, peut-être aussi le mythe: personnel, familial et collectif. Comment pourraient probablement être les maisons où ils ont trouvé l'hospitalité, aussi temporairement, ces malheureux compagnons imaginaires de lutte et ... de résistance! Ceci, bien que l’image que j’ai décrite est nébuleuse, ce texte est le contexte culturel, la géographie imaginaire sociale - aussi esthétique et dialectique - avec laquelle j'ai été confronté en "entrant" dans ces vingt maisons anonymes. Rome, le 2 novembre 2017

G. Regnani

P.S.: A travers ce travail - peut-être le plus dur pour moi, sur le plan émotionnel- ainsi que souligner la dimension esthétique et dialectique, j'ai aussi essayé de répondre indirectement à une question liée d'une certaine manière à celle déjà posée par la recherche précédente, c’est à dire: est-ce que la maladie est une forme de la communication?  

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  Annexe 1 The body silent Dans toutes les maisons où j'ai été précédemment, comme dans beaucoup d'autres, j'ai vu, entre autres choses, un grand numéro de livres. Je me rappelle avoir déjà regardé un de ceux-ci dans une librairie auparavant. J'ai donc décidé de le prendre ... de l’“emprunter”. Il s’agit de “The body silent” de Robert F. Murphy, un livre qui mène une réflexion sur le thème de l’handicap, analysé avec le regard - voir technique - de l'anthropologue, lui-même malade, devenu paraplégique d'abord et plus tard tétraplégique. La maladie, à travers la dégradation progressive du corps, est perçue par Murphy comme un crochet douloreux qui ouvre les portes à une autre dimension, à une sorte d'évasion du monde, qui interrompt et perturbe les rôles sociaux habituels et donne au patient l'impression de se présenter sous une nouvelle forme. Cette situation, par rapport à la gravité de la pathologie, il l'exonère, en tout ou en partie, de ses propres devoirs sociaux antérieurs. Cependant, il s’agit d’une dispensation liée à une contrepartie spécifique (idéologique, je me demande?), c'est-à-dire: faire tout ce qui est possible pour se rétablir. C'est parce que même l'infirmité doit se sousmettre à ses propres et spécifiques règles, paradoxalement même quand celles-ci ne peuvent pas être respectées où il n’est plus necessaire que celles-ci le soivent, sont cependant respectées. Et donc en radicalisant, je pense, en particulier, au c.d. "L'obstination thérapeutique" et, plus généralement, à ces voies thérapeutiques qui prennent des formes de paroxysmes de sorte à s'approcher de la schizophrénie, comme dans le cas, déjà mentionné ci-dessus, des pathologies qui parfois guérissables ne peuvent être guéries. Le malade n'a pas le choix d'être chargé du fardeau de faire tous les efforts possibles pour améliorer son propre état de santé. Toute lacune, tout échec peut être interprété comme une absence d’engagement, même en tant comme un signe d'abandon indésirable et / ou prématuré. Dans ce sous-bois culturel, la chose la plus difficile reste la nécessité de dissoudre son indépendance de choix, car, comme malade, encore plus si handicapé, on dépend malheureusement plus ou moins complètement des autres. De cette façon, on expérimente amèrement un déclin constant de l'estime de soi et une incursion progressive et impitoyable - une véritable usurpation - de l'esprit dû à la maladie. Ensemble, il grandit aussi une rage sans bornes, alimentée par la triste conscience d'avoir acquis une diversité inappropriée et sans précédents. Et, en passant de l'incrédulité de se découvrir malade à faire progressivement expérience de l'invalidité, la maladie touche les cordes délicates intimes, et alimente la colère existentielle pour une affliction sans fin et un désir croissant de rébellion contre le monde entier. Un odieux sentiment de culpabilité mêlé de honte tend aussi à émerger irrationnellement, bien qu’il peut être sans fondement La personne invalide éprouve également la forme supplémentaire d'embarras et de ressentiment liée en particulier, aux circonstances dans lesquelles leurs difficultés sont plus ou moins visibles (moteur, dialectique, mnémonique, etc.), avec la mortification inévitable de ces devoir de toute façon adressés / affichés. On pense, si trivial soit-il, aux actes ordinaires de la vie quotidienne. L'émergence de la maladie implique donc une reconsidération et un remodelage continus qualitatif / quantitatif de son rôle social, avec des répercussions inexorables et parfois lourdes sur son propre microsystème relationnel de référence. Un potentiel et graduel, effondrement des relations sociales et de la conséquence du retrait des contextes potentiellement plus anxiogènes et, en général, des contacts avec les autres. L'amincissement progressif des relations avant l'apparition d'une pathologie invalidante peut parfois être compensés par la recherche de nouvelles affections, peut-être ... parmi «nos semblables». Donc l’infirme est obligé de tout re-discuter, dans une confrontation incessante et intense entre lui-même et les autres, entre lui- même et son entourage, mais surtout entre lui-même et ... lui-même! Dans cette perspective, la perte progressive de l'autonomie, liée à son propre monde, prend inévitablement le dessus, et devient progressivement "la" condition centrale de la vie quotidienne d'une personne invalide. “La dépendance vis-à-vis de la maladie est beaucoup plus qu'une simple dépendance physique envers les autres, car elle engendre une sorte de relation sociale déséquilibrée qui est englobante, existentielle et, à certains égards, plus invalidante que le défaut physique lui-même. Ce n'est pas tant un état de corps qu'un état d'esprit, une condition qui déforme tous les autres liens sociaux et contamine davantage l'identité de la personne à charge. Cet état de dépendance envahit et érode les bases [note de l'éditeur] sur lesquelles sont fondées les relations sociales. " Une agression cruelle qui met à rude épreuve - et sur plusieurs fronts - à la fois la «victime choisie» et ses liens sociaux et émotionnels, même les plus forts et durables. Pendant l'évolution de la maladie, l’infirme réveille, entre autres, le concept de liminalité, ou la condition de transition d'une situation sociale - généralement mieux, pas seulement du point de vue de la santé - à un autre. Et c'est précisément dans le transit entre les deux conditions que l'on rencontre ce dimension liminale, ce "limbe social" peuplé de vies