Immagini del potere

Relazioni tra élite e fotografia di Gerardo Regnani gerardo.regnani@tin.it Roma, 04/04/2006 Tra le sfere simboliche alle quali può rinviarci un ritratto fotografico nel periodo elettorale potremmo certamente includere quelle riconducibili alle élite contingenti. Lo studio di questo tipo di immagini, unito a quello dell'espressione del voto popolare, potrebbe quindi rivelarsi un utile strumento indicatore delle possibili relazioni tra élite e fotografia, riconfermando ancora la ritrattistica elettorale come un potente veicolo di interazione simbolica tra i gruppi di potere e il variegato cosmo umano contemporaneo. Il ritratto può essere considerato una delle più rappresentative espressioni dell'individualità. All'immagine, l'individuo raffigurato sembra poter delegare la capitale funzione di simbolico condensato sia dell'essenza interiore sia della relativa posizione sociale. Il ritratto - dal latino re-trahere, "tirar fuori" - è, dunque, un "testo" estetico denso di significati e, insieme, uno strategico pre-testo di partenza per "attrarre" chi in quella raffigurazione è in grado di intra-vedere degli elementi di significazione. Si tratta di un qualcosa posto, beninteso, non dentro l'immagine ma, piuttosto, tutto intorno ad essa. Ecco perché, al di là di eventuali derive iconoclaste, tanto la figura di spicco quanto la persona comune non possono agevolmente astrarsi dall'uso di un mezzo tanto cruciale. Esso è un determinante veicolo di interazione simbolica del quale, quindi, non è facile fare a meno per fondare così come per contenere entro un perimetro dato l'immagine mentale di sé che si intende proporre e veicolare ad un ipotetico audience di riferimento. Si tratta di un processo che può nascere e prendere gradualmente forma, più o meno consapevolmente e per stadi talora non contigui e coerenti, anche attraverso gli interventi indiretti ma non meno importanti posti in essere da eventuali opinion leader. Anche in solitaria, comunque, i ritratti fotografici possono sovente rivelarsi utili "tracce" indicatrici di ipotetiche relazioni tra élite e fotografia. L'analisi della "forza" di questo tipo di immagini potrebbe offrire, infatti, uno spaccato significativo del patrimonio di valori e di senso che le élite sembrano talvolta voler rendere patrimonio comune anche utilizzando il medium visuale. Indizi, dunque, di plausibili retroscena esplorabili, tra l'altro, anche attraverso analisi sia di tipo massmediologico sia sociomediologico. Nel primo caso, per mezzo di esplorazioni indirizzate verso quell'insieme di condizioni e circostanze nel corso delle quali la fotografia esercita un ruolo di vero e proprio intermediario tra l'immaginario collettivo e la specifica dimensione di ciascun multividuo, concorrendo alla configurazione dell'assetto della comunità di appartenenza e regolando, in tal modo, il comportamento del singolo nei vari ambiti d'azione. Mentre, nell'altra prospettiva, la riflessione, anche per mezzo di analisi relative alla funzione di agente di storia caratteristica delle immagini fotografiche, potrebbe indagare i processi di contrattazione ed ufficializzazione simbolica attraverso i quali la fotografia si radica nel contesto sociale. Il periodo elettorale potrebbe rappresentare, in questa prospettiva, uno degli scenari ideali per tentare di verificare la forza e la pervasività, tra gli altri, del segno fotografico. Il voto, in effetti, oltre ad essere uno dei momenti nodali della vita delle democrazie risulterebbe pure un rilevante strumento di rilevazione del rapporto esistente fra grandezze e forze diverse. Gramsci, ad esempio, ha definito l'espressione del voto un importante "misuratore tecnico del nesso storicamente variabile che lega élite e massa". In concreto esso permetterebbe di ponderare il valore di propagazione e di "persuasione" delle convinzioni di un ristretto nucleo di protagonisti, delle élite appunto, rispetto al più vasto e variegato consesso popolare. Ne valuterebbe, inoltre, la praticabilità, l'efficienza in un determinato intervallo spaziale e temporale senza incriminare le potenziali qualità del voto stesso né, al tempo stesso, distruggere definitivamente la funzione concreta di eventuali élite. Nel corso delle campagne elettorali, inoltre, la pratica del ritratto riscopre ogni volta un vitalità nuova oltre a divenire per coloro che sono raffigurati un veicolo di ampia visibilità pubblica. Il ritratto fotografico è anche una rappresentazione paradigmatica di una certa idea, tuttora comunemente diffusa, di fotografia quale specchio del reale, sebbene questa modalità rappresentativa abbia preso a prestito senso e forma da quello classico da cavalletto e, quindi, da una dimensione espressiva volta all'interpretazione e, pertanto, tendenzialmente arbitraria. Nel corso della sua evoluzione, il ritratto (pittorico) è stato, innanzitutto, un elemento caratteristico dell'aristocrazia, per lo meno sino all'arrivo del medium fotografico. L'avvento della fotografia ampliò enormemente il bacino d'utenza della ritrattistica e adattò a un entourage borghese questo mezzo, progressivamente trasformatosi, a seconda delle circostanze e delle modalità di utilizzo, tanto in mass quanto in personal medium. In ogni caso, quel che sembra essere tuttora l'istanza incessantemente rivolta alla fotografia è quella di divenire un potente amplificatore di valori e, conseguentemente, uno strumento di creazione e potenziamento del consenso. La stessa fissità delle figure umane ritratte, oltre a rievocare quelle rigidità narrative caratteristiche degli esordi della "invenzione meravigliosa", riecheggia persino una certa immutabilità e, quindi, la presunta solidità delle convinzioni ideologiche riconducibili a coloro che sono raffigurati nell'immagine. Si conferma tuttora, quindi, la necessità di riassumere in un unico "testo" sia elementi estetici - prima di tutto perché tangibili in quanto visibili e non tanto, ovvero non solo, per il loro contributo allo studio del bello caratteristico dell'analisi estetica - che possano esprimere simultaneamente sia gli elementi soggettivi caratteristici dei soggetti raffigurati sia tutto il patrimonio ideologico sul quale è apparentemente o realmente fondata l'azione degli stessi. Ecco perché ogni autore di forme di ritratto sembra eternamente soggetto all'imperativo di rappresentare nel modo migliore il soggetto ripreso che, senza dubbio, pretenderà incessantemente di vedersi raffigurato al meglio di sé. In ogni caso, quale che siano gli intenti dei soggetti coinvolti, l'immagine rimane comunque un condensato di più piani simbolici a partire, ovviamente, da quello estetico percepibile dallo sguardo. Le fotografie dei ritratti elettorali, infine, quale che siano le motivazioni di fondo che le hanno animate, sono quindi accomunabili - per lo meno dal punto di vista dei mandanti - dalla sperata rappresentatività dell'immagine stessa; una capacità rappresentativa concentrata nell'insieme di segni ed elementi esteriori visibili all'interno della ripresa fotografica prescelta così come nel relativo bagaglio simbolico veicolato, invece, dall'"esterno". Attraverso gli effetti indotti dalla sinergica compresenza di più ambiti di significazione, l'immagine veicola, quindi, tanto il patrimonio di valori presenti "fuori" dall'immagine - riconducibile, ad esempio, ad una specifica élite di appartenenza - quanto quello che crediamo di "vedere dentro" la rappresentazione visuale stessa. E' la dimensione plurale e complessa di quell'insieme di forme che, non di rado, siamo tentati di liquidare ingenuamente con l'etichetta di semplici (e, magari, banali?) fotografie. Quegli stessi "(s)oggetti", insieme ad altri elementi, concorreranno poi alla formazione delle motivazioni di fondo che potrebbero orientare concretamente il nostro comportamento di elettori.