Il "corpo" poco indagato della fotografia

Al di là delle iniziative in programma, la fotografia sembra riflettere poco proprio su se stessa di G. Regnani gerardo.regnani@gmail.com 29/04/2008 Un’altra primavera ricca di iniziative dedicate alla fotografia. Ma, al di là dell’apparente gran quantità di eventi in programma, sembra invece che non ci si occupi ancora sufficientemente del “corpo” stesso della fotografia, esplorando ulteriormente i meccanismi e le funzioni di questo peculiare medium intermedio. Dopo l’apertura della quarta edizione di Padova Aprile Fotografia intitolata “Passaggi / paesaggi 2” (22-3/31-5-08), la manifestazione ideata da Enrico Gusella e Alessandra De Lucia con il contributo organizzativo anche del Centro Nazionale di Fotografia del Comune di Padova,è seguito l’avvio della settima edizione di Foto-Grafia 2008 dal titolo “Vedere la Normalità. La fotografia racconta il quotidiano”, ancora una volta con la direzione artistica di Marco Delogu. Il 30 aprile 2008 è inoltre previsto l’inizio della rassegna “Fotografia Europea – Reggio Emilia 2008”, curata da Elio Grazioli, che giunge così alla sua terza edizione intitolata “Umano troppo umano”. Quest’ultima edizione, in particolare, si aprirà con un dialogo sul tema del corpo nell’immaginario collettivo contemporaneo che vedrà coinvolti il sociologo Alberto Abruzzese e il fotografo Oliviero Toscani (per ulteriori informazioni cfr., nei “Riferimenti”, i relativi link). E prendendo spunto dal titolo della rassegna emiliana è proprio di un particolare “corpo”, non sempre indagato come probabilmente sarebbe auspicabile, quello del quale si accennerà qui di seguito.

Infatti, al di là delle apparenze, il “corpo” del quale forse la fotografia sembra non si occupa ancora abbastanza è proprio il “suo”, non apparendo sempre così evidente – talvolta persino per chi la “usa” – come un’immagine concretamente funzioni e veicoli significato. Sarebbe quindi auspicabile avere maggiori occasioni nel corso delle quali la fotografia possa riflettere in profondità innanzitutto su se stessa. L’ambiguità di fondo della fotografia, con la sua perenne oscillazione tra oggettività apparente dei suoi prodotti e l’ineliminabile soggettività connaturata con l’azione stessa del fotografare, potrebbe essere, ad esempio, uno dei (critici) temi di discussione. Senza dimenticare, peraltro, i riflessi connessi con la natura di virtuale ante litteram di questo mezzo, riemersa anche nella sua variante “postfotografica”, anch’essa comunque sistematicamente intessuta nel groviglio di segni, non solo mediatico, dei nostri tempi. Anche nella sua versione numerica, questa “ombra del reale” non sembra affatto in grado di garantire con certezza che esiste una relazione fra l’immagine e ciò che (forse) “è stato”, del quale essa sarebbe eventualmente una “traccia”. La fotografia, piuttosto, sembra dimostrare, semmai, proprio il contrario e cioè l’impossibilità di una concreta duplicazione della realtà. Non vi sarebbe, altrimenti, differenza tra copia e modello originario. Si è di fronte ad una indeterminatezza pericolosa, alimentata anche dalla insistente presenza della fotografia in qualsiasi interstizio del nostro quotidiano – dall’abbigliamento agli imballaggi, dagli album di famiglia agli schedari segnaletici, dalle fototessere alla dimensione planetaria e rizomatica della rete - ove svolge, sovente inavvertita, una cruciale funzione di medium tra i media. E, al pari di una sorta di pianta selvatica, che germoglia praticamente ovunque, diviene talvolta anche pretesto visivo per discorsi diretti altrove. Discorsi che, di norma, sono “esterni” all’immagine stessa e riguardo ai quali una rappresentazione visuale si limita sovente a svolgere un mero ruolo funzionale di supporto visivo, praticamente una sorta di para-discorso a conferma di quanto è già veicolato da altri media, quali, per fare degli esempi, la parola scritta della “carta stampata” o il parlato della tv.    Rimane comunque, nonostante le apparenze, un segno perennemente ambiguo, con tutto ciò che ne consegue, ad esempio in fase di ricezione, per chi lo usa come strumento di (re)interpretazione anche dell’ambiente naturale e/o sociale di riferimento, potendo talvolta veicolare “letture” distorte della realtà, anche diametralmente opposte a quelle di partenza. Il fotogiornalismo, al riguardo, costituisce da sempre un ambito esemplare. Tra gli autori che si sono distinti a livello internazionale per l’analisi di tali tematiche spicca - anche per la sua assenza (qualcuno ricorderà certamente la sua importante mostra italiana dal titolo “Scherzi della natura” inaugurata a Roma il 12 luglio 2001 presso il Palazzo delle Esposizioni) - il nome di Joan Fontcuberta. La sua è una “metafotografia” che riflette, tra l’altro, sulla neoauraticità dei discorsi veicolati dai media con l’intento di decostruirne criticamente i linguaggi unitamente all’idea di una fotografia intesa come vera e propria costruzione concettuale, e non come semplice “riflesso” del reale. Le sue memorabili finzioni, partendo dalla deliberata manipolazione di un determinato (s)oggetto originario, sono poi contraffatte da tutta una serie di elementi equivoci articolati in una verosimile ricostruzione finale che, ormai pronta per l’intenzionale uso mistificatorio, è trasferita da un contesto informativo all’altro. E’ in quest’ultimo passaggio nodale, nel transito verso un altrove di una simulazione creata ad arte che l’autore individua la possibilità di una sottile, quanto temibile, contraffazione; un percorso tanto più efficace se reso impercettibile, invisibile. L’aura che generalmente circonda i media e l’inevitabile dipendenza che essi generano completano il quadro. Si tratta, evidentemente, di un panorama delicato e complesso sul quale, non appena possibile, sarebbe opportuno riprendere e ampliare il discorso.