Francesco Truglia. Ombre, apparenze.

Francesco Truglia. Ombre, apparenze.

di G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

È ormai diffusa e radicata l’idea che non esista una sola verità, bensì tante sue possibili versioni, che divengono più o meno “concrete” in taluni momenti e luoghi fisici o virtuali. La verità assoluta è quindi un’illusione, una visione chimerica e inafferrabile, non essendoci nulla che possa vantare una relazione privilegiata con il vero/reale. Una dimensione di indeterminatezza che, se possibile, contribuisce ulteriormente ad alimentare un’idea ancor più drammatica dell’esistenza umana, permeata da un pensiero - altrettanto comune - che ruota intorno all’idea del nulla dal quale proverremmo e verso il quale saremmo comunque diretti, galleggiando quotidianamente - più o meno consapevolmente - in un’analoga dimensione, in balia di un destino apparentemente cieco che, forse altrettanto illusoriamente, si pensa di poter interpretare e, a tratti, anche di dominare. Non distante, aleggia anche l’idea dell’assenza di una trascendente autorità esterna. Di questo scenario, indubbiamente cupo, un autore contemporaneo e consapevole come Francesco Truglia non può, plausibilmente, non tenere conto nel proprio percorso di ricerca espressiva. È dunque uno scenario fosco, carico di riflessi non trascurabili, soprattutto per chi, come lui, si esprime attraverso la fotografia, perennemente ondivaga tra l’idea – tipica degli esordi del mezzo, e, tuttavia, ancora fortemente affermata e popolare - di dispositivo di riproduzione scientifica (oggettiva), contrapposta a quella, forse più “moderna”, di strumento di rappresentazione comunque parziale (soggettiva). Estremi discordanti che, da sempre, vedono sovente la fotografia oscillare incerta, in perenne equilibrio precario tra questi due poli antitetici. Ciò nonostante, ogni fotografia, evocando costantemente nella sua tragica fissità il suo “referente” originario, prova, con indubbia tenacia, a condensare per lo meno un’idea di verosimiglianza, veicolando l’idea di uno specifico “è stato” di barthesiana memoria, di una possibile evidenza della “realtà” originaria, per quanto affatto oggettiva. Anche la fotografia di Francesco Truglia, suo malgrado, sembra rievocare questa dimensione referenziale, mediata dalla sua prospettiva interpretativa di autore che tenta di tradurre in immagini alcune frazioni dell’esistente. Il suo percorso espressivo appare come un linguaggio privato che, sebbene ad un primo sguardo possa sembrare istintivo e naturale - come, in genere, continua ad essere immaginata ogni istantanea: la fotografia tout court, in definitiva - ad un ulteriore esame appare con maggiore evidenza diretto verso una diversa e “non naturale” forma di rappresentazione personale, un artificiale soggettivo contraddistinto dalle specificità espressive della persona e del suo portato di esperienze, sentimenti ed emozioni. Dalla visione delle sue fotografie, sembra quindi emergere una sorta di piccola ed esclusiva mitologia dell’esistenza, fatta di intensi squarci di luce, apparentemente quasi temuti, dai quali pare “ripararsi” alla meglio con l’aiuto delle sue stesse mani. Appaiono come piccoli shock visivi, che emergono tra ombre forti e a volte oblunghe prodotte dalla luce radente di ore non centrali del giorno e, ancora, tra le quinte selezionatrici - e insieme “protettrici” - create di volta in volta dalle sue dita frapposte tra l’ottica e quanto è (s)oggetto della ripresa. Sempre le sue dita, selezionando e “inquinando” la scena e i protagonisti raffigurati, sembrano quindi condensare idealmente la volontà di estrarre dal caos del mondo dei piccoli frammenti e di (ri)ordinarli, rileggendo dal suo punto di vista quel plausibile “è stato” raffigurato nelle sue fotografie. Un’azione di riordino realizzata tentando apparentemente anche di “salvaguardare” l’autore, o un ipotetico osservatore delle sue fotografie, dall’intensità di una visione che, proprio attraverso le sue dita - protesi operativa del suo sguardo/agire d’autore - tenta comunque di definire e restituirci “traducendola” in un’immagine. Le fotografie di Francesco Truglia, forse per via della mescolanza di segni che le caratterizza, sembrano inoltre particolarmente inclini alla rilettura interpretativa al quale le sottoporrà inevitabilmente ogni successivo sguardo che si poserà su di loro. Sguardi che, ove possibile, si soffermeranno anche sulla somiglianza del raffigurato con la realtà rappresentata. Ma non è la stretta corrispondenza la meta alla quale pare davvero interessato l’autore. Per lui sembra sufficiente poter anche solo evocare una semplice di risonanza visiva, una sorta di parziale riflesso del “reale”, coerentemente con l’idea che l’immagine, pur somigliando talora completamente al suo referente originario, rappresenta in ogni caso uno scarto dalla “realtà” di primo grado. Non gli interessa, quindi, riprodurre una “verità” – seppure mimetica - del soggetto originario, essendo consapevole del fatto che, se ciò fosse mai possibile attraverso la fotografia, tra la copia e l’originale non esisterebbe più alcuna differenza e, senza la rilettura individuale, diverrebbe forse persino superfluo il suo ruolo di autore. Il suo fotografare si presenta, quindi, come una particolare forma di finzione narrativa: una confidenziale figurazione di secondo grado dell’esistente e, insieme, un suo originale percorso di ricerca. Un percorso che emerge anche attraverso l’insistenza su alcune forme espressive, quali: l’uso preferito del b/n, di energici controluce, di contrasti decisi, di “ritagli” visivi così come di “cornici” e di altre scelte formali che concorrono a formare un’intensa ed originale forma di raffigurazione, talora finanche onirica e surreale. Di particolare interesse, tra le opzioni formali ed estetiche adottate dall’autore - capaci di evocare anche talune produzioni del periodo delle Avanguardie storiche - è la tendenza, ripetuta, a ritagliare e incorniciare, isolare in sostanza, attori e scene presenti nelle sue fotografie. Attraverso queste azioni espressive l’autore ripete e rende concreto un atto “politico” che accomuna chiunque crei un’immagine, isolando e delimitando la visione e, per quanto possibile, anche il senso all’interno di un determinato confine sia materiale sia figurato; un perimetro simbolico delineato formalmente tanto dalle scelte estetiche interne alle opere quanto dai loro limiti fisici esterni. In tal modo, “dentro” quel margine definito, si frammenta il continuum della “realtà” esterna, della quale si evidenzia e si propone solo una frazione tangibile e, insieme, una specifica prospettiva interpretativa, generando uno strappo, una frattura con il fluire continuo e talvolta indistinto e/o semplicemente giustapposto del reale. Una scelta, questa, che è anche un ulteriore punto di forza delle fotografie di Francesco Truglia, capaci comunque di creare un’imprescindibile relazione con il possibile “reale” originario, similmente a un indice puntato verso il mondo: la “realtà concreta” posta al di fuori delle sue immagini. L’uso, anch’esso politico, di questa sorta di dispositivo protezione individuale e di selezione del visibile rappresentato dalle sue dita, sembra infine rinviare anche ad un altro storica riflessione sul dilemma che precede e accompagna sempre la realizzazione di ogni fotografia e che trova perennemente ogni autore - se ne è consapevole - combattuto di fronte ad una dicotomia fondamentale: la scelta tra fotografare o darsi da fare, in altri termini, l’alternativa tra essere spettatore o attore. O, magari, l’ulteriore opzione di agire comunque,… attraverso la fotografia! Dicembre 2016