FOTOGRAFIA & POLITICA

FOTOGRAFIA & POLITICA

L'EMBLEMATICO CASO DELLA FOTOGRAFIA CHE RITRAE MATTEO SALVINI E GIORGIA MELONI

Art 21 Costituzione Italiana - Politica e FotografiaJPG

G. Regnani, Fotografia & Politica, Art. 21, 2022

Se mi si chiedesse se la Fotografia, generalmente intesa, sia in grado o meno di unire qualcuno e/o qualcosa risponderei certamente di sì.

Non potrebbe non essere così, se conveniamo sul fatto che siamo di fronte a un medium - uno strategico medium inter-media, aggiungo - e l’immagine fotografica che accompagna idealmente (*) questo testo ne è, a mio parere, una conferma.

Come pure del fatto che è anch’essa un “testo”, formalmente diverso, perché di tipo visivo, ma, in ogni caso e a tutti gli effetti, un ulteriore contenitore e/o un veicolo di senso, di valori, etc.

E, per quanto possa apparire superfluo, essendo quest’immagine(*) già divenuta nel frattempo virale, confermo anche che si tratta della popolare ripresa nella quale sono raffigurati, abbracciati, entrambi sorridenti e con il mare sullo sfondo due noti personaggi politici italiani: Giorgia Meloni (attuale Presidente di “Fratelli d’Italia”) e Matteo Salvini (leader della “Lega”).

(*) Non avendo ancora ricevuto l'autorizzazione, non ho ancora potuto pubblicare l'immagine nell'articolo (sostitiuta, per ora, con un'altra mia). L'immagine è comunque disponibile nel web su numerosi siti (fra questi, segnalo: https://www.instagram.com/matteosalviniofficial/; https://www.facebook.com)/salviniofficial

Per completezza, penso che questa immagine possa, nel contempo, rappresentare un’emblematica conferma della possibilità che la Fotografia unisca, trasversalmente, anche tutti coloro che, non ultimo, le… “credono”. O meglio, credono a quello che gli sembra che la Fotografia di volta in volta “dica”, immaginandola come una traccia inconfutabile del reale, una sorta di impronta incorruttibile della… Verità.

Questo per una varietà di “credenti” – una sorta di entità sociale indefinita e trasversale, anche riguardo all’orientamento politico - della quale non possiamo non prendere atto.

Credenti, dicevo, che insieme ad altre figure di contesto, ruotano, anche inconsapevolmente, nel medesimo “ecosistema”, alimentando e/o sostenendo, in relazione alle circostanze e/o alle esigenze contingenti, anche eventuali altre “credenze” (secondo i casi: filosofiche, religiose, etc.).

Ma non divago oltre, tornando alla “nostra” immagine e confermando che il “credo” - o, forse, sarebbe meglio dire: il dogma - al quale farò prioritariamente riferimento, in particolare in quest’occasione, è quello, suaccennato, della (diffusamente quanto soltanto presunta) veridicità della Fotografia.

Una veridicità - praticamente assoluta, ancora per tanti - già ereditata dai nostri avi sin dagli albori della Fotografia e tuttora viva e attiva in una comunità di credenti che mi sembra ancora molto ampia e, come accennavo, anche temibilmente trasversale.

E tra le fila degli ipotizzabili sostenitori di questo postulato, per quel che mi sembra di poter dedurre dalla destinazione d’uso recentemente attribuita all’immagine fotografica alla quale faccio riferimento, potrei persino ipotizzare la presenza della persona (da più parti indicata come un) possibile futuro nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, ovvero la citata Presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, nonché del rappresentante della coalizione alleata, il leader della Lega Matteo Salvini.

Una comunità - non solo politicamente - trasversale, dicevo, pensando, in particolare, anche a un’altra occasione, nella quale ho ipotizzato la presenza, tra le fila di questa comunità di credenti e/o di sostenitori della Fotografia come prova ideale e inconfutabile testimonianza al servizio della Verità, anche dello scrittore, giornalista e sceneggiatore Roberto Saviano, peraltro noto antagonista dei due cennati protagonisti dell’attuale scena politica nostrana.

Un assioma molto diffuso, dunque, che - anche trasversalmente, dicevo - sembra riverberarsi indisturbato, “contagiando” un target variegato, apparentemente popolato da soggetti talora persino molto distanti per estrazione, orientamento culturale, fede religiosa e, non ultime, le relative idee politiche. Una comunità variabile, magmatica, unita, come accennavo, dalla condivisione dello storico, per quanto discutibile, assunto che la Fotografia sia “lo” specchio del reale.

Una convinzione ancora così profondamente radicata da risultare estremamente temibile per le insidie che può rivelare, come sembrerebbero confermare anche le recenti notizie riportate dagli organi di stampa a corredo della pubblicazione dell’immagine fotografica alla quale faccio riferimento.

Prima, avendolo citato poc’anzi, ricordo soltanto - non solo perché in tema, ma, sorprendentemente, anche per delle “assonanze” - che Roberto Saviano, nel gennaio 2021, in occasione dell’annuncio di una nuova iniziativa editoriale che lo riguardava, aveva enfaticamente affermato che: “La fotografia è testimonianza e indica il compito di dare e di essere prova” [corsivo mio].

Una dichiarazione che mi ha colpito, in parte, dicevo, anche spiazzandomi. Spiazzandomi, in particolare, per quella che mi è sembrata una sorprendente vicinanza e una - quasi perfetta - aderenza tematica con la suaccennata destinazione d’uso della “nostra” immagine. Anche in questo caso, per completezza, cito le relative dichiarazioni al riguardo rilasciate da Matteo Salvini, prima, e Giorgia Meloni, poi. Il primo, secondo una fonte Ansa (www.ansa.it, 29/0/2022, 21:10), accompagnando la pubblicazione nel web dell’immagine fotografica attraverso il suo spazio in un noto social, ne avrebbe integrato il relativo post ricordando che: “Uniti si vince” [corsivo ancora mio]. La seconda, sempre secondo quanto riportato dalla medesima fonte, avrebbe quindi successivamente commentato, alludendo plausibilmente al contenuto stesso dell’immagine, definendola, perentoriamente, secondo me: “La migliore risposta” [corsivo sempre mio].

Due affermazioni - come ho già avuto modo di dire in altre occasioni in qualche modo affini che, come avranno probabilmente notato eventuali miei più assidui lettori, non mi stanco di richiamare – che mi sembrano in linea con la ripetuta idea di presunta oggettività del medium, a suo tempo condivisa anche dal citato Roberto Saviano. Un’idea attecchita trasversalmente, dicevo, un po’ ovunque e, quindi, particolarmente tenace e dura a morire. Un assunto, che, con gli inevitabili riflessi, contraddistingue praticamente da sempre il “corpo” strategico, nonché poliedrico e anch’esso trasversale, della Fotografia.

Fotografia che, come ho già sottolineato - accomunandola, in generale, a qualsiasi altra immagine - oscilla perennemente tra il vero ed il falso. Una dualità e, insieme, un’ambiguità di fondo, in particolare quella della Fotografia, che la vede da sempre in bilico tra l’oggettività apparente delle sue raffigurazioni e l’ineliminabile soggettività connaturata con l’atto stesso del fotografare. Un’oscillazione che condensa, sostanzialmente, “il” nodo cruciale intorno al quale ruota da sempre la discussione riguardo a questo strategico e storico medium. Un particolare elemento “caratteriale” del mezzo che, ribadisco anche in quest’occasione, riemerge sempreverde anche nella sua attuale variante numerica. Una dimensione che rende da sempre la Fotografia “esposta” e, pertanto, vulnerabile, di fronte all’eventualità, anche solo accidentale, di possibili letture e/o interpretazioni in qualche modo distorte e/o “orientate”.

Distorsioni e/o “orientamenti” - sia “a monte” quanto “a valle” - non meno pericolosi anche nel caso dovessero eventualmente risultare anche “soltanto” di natura colposa, anziché dolosa. La temibilità di questa “tara” congenita della Fotografia, di questa sua eterna indeterminatezza, mi offre inoltre lo spunto per ribadire nuovamente che questa ipotetica ombra del reale - ancor di più nell’era evanescente ed immateriale della rete - non sembra sia stata mai in grado di garantire con certezza che esista una relazione “solida” fra l’immagine e ciò che (forse) effettivamente “è stato”. Un è stato del quale la Fotografia sarebbe, semmai, un’eventuale, quanto possibile traccia.

La Fotografia (e non solo a me), sembra, piuttosto, dimostrare e confermare proprio l’esatto contrario, ovvero: l’impossibilità di duplicare alcunché, figurarsi il Reale. Anche “soltanto” di certificarlo come reale.

E non vi sarebbero differenze nel caso la Fotografia risultasse il clone esatto del suo referente originario. Non vi sarebbe nessuno “scarto” tra il calco impresso nella raffigurazione fotografica e il suo referente primordiale.

Per porre rimedio a questa sua indeterminatezza la Fotografia - come qualsiasi immagine, inclusa quella che ha fatto da innesco a questa serie di riflessioni – deve necessariamente “chiedere aiuto” altrove. Chiede aiuto, di norma, all’“esterno” dell’immagine stessa.

Chiede, in particolare, chiede di essere messa in grado di “parlare”, avere una “voce” attraverso la quale potersi in qualche modo esprimere.

Così facendo, in termini di contenuto, tende a rivelare ancora più la sua natura “anemica” e la sua inconsistenza, pur veicolando apparentemente senso e valori sempre “a piene mani”. Questa “anemia” di fondo, che le è quindi connaturata, non impedisce tuttavia alla Fotografia di manifestarsi comunque, quando serve, attraverso altri media (un testo scritto, parlato, una registrazione sonora, un video, un’altra immagine, etc.), in tutta la sua forza d’urto, dando evidenza della sua potenza e, non ultimo, anche della sua “violenza”.

Una violenza che ci dovrebbe apparire evidente ogni volta che osserviamo un’immagine fotografica, che, sopraffacendo lo sguardo, ci inonda e ci avvolge con tutto il contenuto visivo, non lasciandoci praticamente mai spazio per altro, imponendoci, di fatto, un rapporto sempre di tipo esclusivo.

La Fotografia, infatti, sebbene apparentemente sembri limitarsi ad essere una mera rappresentazione visuale, svolgendo un umile ruolo funzionale di supporto visivo, è, invece, tutt’altro.

E l’immagine fotografica analizzata in quest’occasione ne è, secondo me, un esempio emblematico. Emblematico, per la sua rappresentatività, e, insieme, anche paradigmatico. Qualità che il medium rivela di avere - al pari di tutte le sue altre “consorelle”, lo ribadisco - essendo la Fotografia, sempre e comunque, anche una forma di astrazione. Detto in altri termini, anche nelle forme più note e popolari del mezzo, quali una comune istantanea, la Fotografia veste, nel contempo, pure i panni di una sorta di opera concettuale. E, pertanto, persino nel caso di una produzione apparentemente automatica e meccanica, la Fotografia testimonia che, “a monte”, c’è sempre e comunque stato un gesto volontario, deliberato. Una decisione, insomma, ovvero: un vero e proprio “atto politico”. Persino nel caso in cui, volendo fare un esempio estremo e apparentemente contrapposto, che spero risulti comunque utile e chiarificatore, allorché le immagini siano eventualmente il prodotto, “a valle”, di apparecchiature e/o impianti automatizzati, come nel caso delle c.d. comuni riprese “a circuito chiuso”.

Un atto deliberato, dunque, nel quale un contenitore sostanzialmente trasparente, come potrebbe essere una qualunque immagine fotografica, viene, all’occorrenza, riempito di significati e “piegato” ad uno o più interpretazioni possibili. Interpretazioni che - per quanto ciò possa eventualmente risultare anche soltanto verosimile – saranno comunque e sempre “di parte”. Persino nel caso, come accennavo - ma non per questo, potenzialmente meno pericolosa - di una eventuale, involontaria lettura distorta del suo “contenuto”. Una distorsione, quindi, di natura meramente colposa, piuttosto che intenzionale e dolosa.

La Fotografia, compresa quella che ospita questo testo, è dunque, “in partenza”, sempre un contenitore vuoto, sostanzialmente privo di tutto, non ultimo, di… senso.

Dentro la Casa di vetro della Fotografia, di norma, non c’è quindi nulla, almeno a priori. Tutto quello che crediamo di “vedere” poi raffigurato al suo interno è solo un simulacro di qualcosa, di un significato che, di norma, è stato poi in qualche modo “importato” dentro l’immagine. Quale che sia il contenuto, questo verrà comunque da “fuori”. Da un altrove, distinto e, almeno in linea teorica, originariamente, potenzialmente finanche “estraneo” ad essa. Un senso che la Fotografia, con la sua cennata violenta forza d’impatto visivo ci imporrà, poi, “riempiendo” interamente, ogni volta, lo sguardo dell’osservatore.

E pensare che, in realtà, si tratterebbe, tecnicamente, “soltanto” di un fantasma. Un fantasma che, tuttavia, importa e veicola anch’esso senso e/o valori da un mondo altro, che, con quanto appare raffigurato può persino non avere mai avuto prima alcuna, per quanto labile, … parentela. E nonostante quest’apparente “inconsistenza”, la Fotografia, da sempre, condensare e veicolare comunque - al pari di qualsiasi idolo - un carico simbolico di significati che può poi tradursi, in presenza di condizioni adeguate, in un’ulteriore possibile innesco, in una spinta, in una motivazione all’azione.

Per varie ragioni, quindi, tenendo anche (ma non solo) conto di quanto sinora accennato, questa immagine - che, ad un primo sguardo distratto, poteva magari apparirmi, oltre che semplice, persino un tantino “ingenua” - è ora invece divenuta, ai miei occhi, per lo meno, qualcos’altro.

Riosservata e “(ri)letta”, infatti, con tutto il suo portato così “denso” di senso, mi sembra rappresenti ancor più un esempio emblematico delle enormi, cruciali potenzialità della Fotografia, globalmente intesa. Potenzialità tanto più cruciali quanto “sommerse” e, pertanto, generalmente poco percepite e/o non di rado persino non comprese. In qualunque delle sue innumerevoli incarnazioni, con la sua presenza universale, il suo essere frammento ed interstizio visivo planetario, agente potenzialmente sempre virale, la Fotografia può divenire una vera e propria arma, anche molto insidiosa.

Nonostante sia, in fondo, anche “muta”.

Ovvero, riuscendo comunque a “parlare” solo attraverso la ventriloquia di altri media che si fanno carico di “darle voce”, rappresentandone il senso “appiccicatole addosso”.

Pur con i vincoli derivanti da un reticolo di interdipendenze da altri media vitali per la sopravvivenza della Fotografia, essa può essere usata e, quindi, “puntata”, all’occorrenza, contro chiunque.

Sia come strumento di offesa sia come mezzo di difesa.

Un’ambivalenza, a mio parere, anch’essa emblematicamente ben rappresentata da questa immagine fotografica.

Una dualità che i “ventriloqui” in carne ed ossa che in quest’occasione le “danno voce”, riassumono efficacemente nelle relative dichiarazioni rese per l’occasione. Da un lato, usando per “provare” e, quindi, difendere una contiguità oltre che fisica, anche ideologica e, in prospettiva, programmatica. Ribadendo, nel contempo, anche l’importanza dell’unità/vicinanza non solo prossemica tra alleati.

Dall’altro, trasformando questa immagine fotografica, oltre che nella prova evidente della contiguità accennata poc’anzi, in un vero e proprio “strumento di offesa” nei confronti degli antagonisti politici. A questi ultimi restituiscono, non solo attraverso il paratesto visivo contenuto nell’immagine fotografica, un messaggio di rivalsa e di contro-contro informazione.

Detto tutto questo, sarebbe particolarmente interessante, ove fosse mai un giorno possibile, poter verificare se e quali “verità”, in quest’occasione, siano state eventualmente omesse (del tutto o in parte) e quali, benché percentualmente non omesse, magari, in qualche modo, comunque “piegate” alla necessaria destinazione d’uso imposta dalla circostanza e, quindi, “adattate” al caso.

Questa emblematica immagine, indossando altri nuovi indumenti, potrebbe quindi svolgere anche un ulteriore peculiare funzione di “documento”.

Un testo visivo multiforme, in ogni caso, che, paradigmaticamente, sembra riassume e, all’occorrenza, descrivere, le tante facce, le tante potenzialità del mondo poliforme della Fotografia. Non certo ultima, anche quella di indossare i panni del documento ufficiale che attesti una determinata “verità”.

Magari non quella effettiva, reale, concreata, semmai fosse possibile. Optando, piuttosto, per un’altra, anch’essa, forse, deficitaria, parziale.

Come potrebbe essere, ad esempio, una “verità processuale”!

Ma questa sarebbe ancora un’altra faccenda.

Tutt’altro, in ogni caso, che la semplice, banale istantanea che poteva forse apparici all‘inizio, magari dopo un primo sguardo distratto e superficiale.

Tutt’altro…!

Roma, 30 agosto 2022                                               Gerardo Regnani

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