Fotografia e Postmodernità

La fotografia nella selva di segni del contemporaneo di Gerardo Regnani gerardo.regnani@tin.it 12/04/2005 Nel magmatico groviglio di segni contemporaneo, il dissolversi delle "grandi narrazioni" del passato e la limitatezza temporale di ogni essere umano hanno contribuito alla graduale dispersione delle certezze dell'individuo moderno. Un processo che ha relazioni significative - ulteriormente rimodulatesi nell'era rizomatica della rete - anche con i discorsi veicolati da media intermedi quali la fotografia. Questo medium, a prima vista semplice e ordinario, ha effettivamente contribuito, in sinergia con altri media, alla progressiva messa in discussione della presenza di una realtà assoluta, così come alla consapevolezza della scomparsa di ogni autorevole referente universale, favorendo - anche attraverso la creazione di un reale altro e virtuale - la transizione verso la postmodernità. Una linea di pensiero caratterizzata, in sintesi, dalla diffidenza verso le nozioni tradizionali di verità e oggettività. Visioni alle quali oppone, piuttosto, uno sguardo disincantato del mondo, percepito come un insieme contingente, variegato e instabile di espressioni disomogenee ed indeterminate. Una "realtà" che, tendenzialmente, si presenterebbe come una densa miscela di elementi confusi e in continua mutazione, ognuno, di fatto, riciclabile in relazione agli intenti e alle circostanze del momento. Un ambito simbolico ben riassunto nell'incisiva e fortunata formula del cosiddetto "pensiero debole". Tale prospettiva d'analisi, demitizzando i valori "forti" del passato, tende a sostituirli con una pratica critica che sappia intravedere la tragica condizione della finitezza umana e il "nulla" da cui essa sembrerebbe provenire e, in definitiva, anche essere destinata. Un destino ineluttabile di fronte al quale l'opposizione delle (apparentemente) inossidabili ideologie della modernità non può che apparire cosa vana, come potrebbe risultare l'uso di un ombrello nel corso di un uragano. In un simile scenario, disilluso dalla transitorietà delle "apparenze" di questo mondo, l'intelletto umano tende ad affidarsi all'elaborazione concettuale di questo o quel sistema interpretativo per tentare di comprendere e rappresentare compiutamente la realtà. Una funzione che il pensiero esercita anche attraverso l'ausilio di molti media, tra cui il comune mezzo fotografico. Un ruolo importante, quello di questo medium che, rispetto al passato, ha però visto modificarsi nel tempo il suo apporto, passando dall'alone di ingenuo realismo che aveva segnato gli anni d'esordio alla dissoluzione graduale del suo valore di documento "scientifico", di strumento capace di registrare fedelmente la realtà. Un'evoluzione caratterizzata, dunque, da una sempre più diffusa percezione dell'ambiguità e virtualità di fondo delle sue rappresentazioni visuali, sistematicamente segnate dall'apparente nichilismo insito nella pratica di sostituzione delle ombre alla sostanza delle cose tipica di ogni immagine e, in particolare, di quelle fotografiche. La fotografia, quindi, vede gradualmente consumarsi ogni possibile legame con qualunque (s)oggetto rappresentato, evolvendosi, piuttosto, nel brandello ottico puro dei nostri giorni; un frammento in mezzo agli altri della contingente era del visuale. Un diluvio visivo onnipresente dove ogni cosa, per poter esistere, deve necessariamente divenire immagine e, conseguentemente, vivere una radicale metamorfosi trasformandosi, semmai, in "prodotto-immagine", in una merce tra le tante. In quest'ambiguo turbinio ogni immagine fotografica, se non contestualizzata adeguatamente, rischia anche di divenire, da originario "specchio" della realtà, qualcosa di dubbio e, pertanto, plausibile veicolo di mistificazione e di allontanamento dalla Storia. Per varie ragioni, dunque, la fotografia sembrerebbe assumere i contorni di una forma mitologica (post)moderna, non di rado dedita alla sola rappresentazione di sé stessa, sebbene lo faccia attraverso l'apparentemente cangiante molteplicità formale dei soggetti che propone. Essa offrirebbe, e non di rado, sono un accumulo insignificante di segni visivi che, non sorprenda, sovente non comunicano proprio nulla, né a favore né a sfavore di alcunché. Proprio attraverso il vuoto reiterarsi di questi percorsi la fotografia, sembrerebbe aderire alla "prassi necrofila" della postmodernità, rivelando anch'essa la sua miseria o, per altri versi, la sua efficacia unicamente come merce visuale. Un cammino irto di pericoli, impregnato di nichilismo ed anche incline a favorire nuove forme di ignoranza - come sottolineò, a suo tempo, anche l'analisi critica benjaminiana - che sembra fondarsi unicamente su un ricorrente impoverimento dell'ordinario e su una sospetta esaltazione estetica del creato, analogamente a quanto spesso accade alle espressioni più popolari e meno meditate della fotografia: in esse ogni cosa, in effetti, tende ad apparire "bella", avvinta da un crescente liquefarsi delle differenze, come è tipico, in fondo, dell'età postmoderna. H O M E :http://gerardo-regnani.myblog.it/