Cosimo Savina. Tra ricerca estetica ed interiore.

Cosimo Savina. Tra ricerca estetica ed interiore.

di G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

Le opere di Cosimo Savina, sia per  le loro caratteristiche formali sia per i soggetti che indagano, suggeriscono l’idea di un autore che, nell’ambito della sua ricerca, usa la fotografia spaziando tra differenti formule e riferimenti espressivi. Una diversità di legami ideali dalla quale sembra emergere una figura intenta a trovare una pacata mediazione tra più istanze, rifuggendo, in ogni caso, posizioni estreme. Non gli è familiare, per un verso, il ruolo dell’artista chiuso nel suo splendido isolamento aristocratico e particolarmente incline alla propria vocazione di “genio”; così come è distante dalla figura d’autore che, viceversa, parla e realizza le sue opere esclusivamente per la massa (trasfondendo nella sua attività elementi a forte connotazione ideologica); non è neanche un creatore che, dovendo rigorosamente aderire ai modi di produzione delle moderne industrie culturali e alla preminente mercificazione dei relativi prodotti, si orienti su modalità creative che siano in stretta relazione con la cosiddetta “arte per l’arte”. Nulla di tanto radicale, per Savina, se non altro nella forma riassunta in questa triangolazione. Le sue opere, di fatto, sono quelle di una persona disposta al confronto dialettico e che rinviano, prioritariamente, alla volontà di fare della propria ricerca – senza particolari idiosincrasie o atteggiamenti di parte - uno strumento di indagine e di interpretazione personale della realtà. Un’attività interpretativa e, insieme, di rimodellamento del mondo particolarmente sensibile agli aspetti estetici e all’esigenza di amplificare le proprie capacità di lettura dell’esistenza. Il tutto attraverso uno strumento espressivo a lui congeniale, la fotografia, preziosa anche sotto il profilo professionale. Aspetti questi, che riemergono dalla testimonianza dello stesso Savina, quando dichiara: “Sono sempre più attratto da come  la luce modella le cose del mondo e di come mi permette di modellare a modo mio il mondo che mi circonda”; una lettura che attua, nello specifico, “utilizzando il mosso, lo sfocato, la grana, …”, alcune delle “prerogative specifiche del mezzo”. Il suo impegno, quindi, sembra rivolgersi a dare un esito concreto ad un’esigenza naturale, umana, rivolta alla creazione intesa come metodo conoscitivo, piuttosto che ad un uso preminentemente “politico” delle opere. La sua, dunque, è una reazione spontanea al “bisogno dell’arte proprio dell’uomo” (Ejchembaun) che, con modalità ed inclinazioni in parte originali cerca di dare risposte, innanzitutto, a se stesso e, al tempo stesso, al suo pubblico tentando di suggerire qualche indirizzo interpretativo. Il medium prescelto diviene perciò un vero e proprio strumento di conoscenza personale e, sul fronte dell’interazione con altre persone, un “mezzo di comunicazione tra gli uomini” (Tolstoj). Ma quest’esteriorizzazione è rivelatrice anche di un’altra dimensione, quella interiore. Questo corso è presente anche in Savina che, attraverso la sua produzione, realizza una forma di “estrinsecazione della sua vita interiore” (Macke). Un procedimento che interessa tanto le sue opere più chiaramente riferibili ad un analogo reale, anche se tale relazione non è da dare così per certa, quanto quelle più inclini all’astrattismo. E proprio le opere  astratte, quelle nelle quali è apparentemente più arduo riferirsi ad un concreto “è stato” - il “noema” fondamentale della fotografia (Barthes) – sembrano poter riassumere taluni significativi aspetti di questo processo. Un percorso, legato alla sensibilità di questo autore, che rinvia ad una rilevante considerazione per la riflessione interiore, per l’analisi dei valori della vita e delle forze della natura. E’ possibile scorgervi persino una certa tensione verso il divino attraverso una lettura (laicamente) religiosa dell’esistenza. Tratti, questi ultimi, che rinviano anche ad alcune delle sue ideali figure ispiratrici. Figure che emergono ancora dalle dichiarazioni dell’autore che, dopo un iniziale periodo privo di particolari modelli di riferimento, afferma di aver “apprezzato i maestri” – riferendosi, in particolare, a Ansel Adams e Minor White - per il loro “modo di interpretare la realtà”. Una coppia di autori che non appare casuale nel repertorio degli ispiratori di questo autore, date le loro peculiarità distintive. Il primo notoriamente apprezzato, ma non solo, per le indiscusse capacità tecniche ed il secondo per l’acutezza dell’analisi interiore, non escludendo, anche per lui, il rilievo degli aspetti tecnici. Elementi espressivi, questi, che Savina tiene costantemente presenti, pur nella originalità personale della sua rimodulazione creativa. Una rilettura che, comunque, non è assolutamente esente da possibili rischi e critiche, per qualche inevitabile concessione, ad esempio, alla citazione. Ma, riaccennando al pensiero di due dei personaggi che hanno ispirato in parte il suo lavoro, con un tentativo forse audace, è possibile cogliere – anche come componenti cui è grato Savina - talune relazioni tra Ansel Adams e di Minor White, individuabili nelle loro riflessioni personali.  Il primo perché invita a riflettere riguardo al fatto che: “Molti ritengono che le mie immagini rientrino nella categoria delle “foto realistiche”, mentre di fatto quanto offrono di reale risiede solo nella precisione dell’immagine ottica; i loro valori sono invece decisamente “distaccati dalla realtà”. L’osservatore può accettarli come realistici in quanto l’effetto visivo può essere plausibile, ma se fosse possibile metterli direttamente a confronto con i soggetti reali le differenze risulterebbero sorprendenti.” Il secondo allorché sottolinea che: “Mentre vengono fotografate rocce, il soggetto della sequenza non sono le rocce; mentre sembrano apparire simboli, essi sono indicatori del senso. Il significato appare nello spazio tra le immagini, nel sentimento che suscitano nell’osservatore. Il flusso della sequenza turbina nel fiume delle sue associazioni come passa da immagine a immagine. Le rocce e le fotografie sono solo oggetti in cui il significato è steso come lenzuolo ad asciugare per terra.” Riguardo, ancora, alle figure ispiratrici, occorre inoltre accennare al calore con il quale Savina ricorda l’incontro con il “caro Mario Giacomelli che, con grande gioia ho conosciuto”. Un incontro particolarmente significativo nel cammino dell’autore, non ultimo per i concreti e positivi riscontri avuti dal “maestro”, avendo questi “apprezzato le (sue) ultime immagini”. Alla luce di un tale quadro d’insieme, l’opera di Savina non può, dunque, non apparire composita sia sotto il profilo della produzione sia riguardo a quanto accennato in relazione alle fonti d’ispirazione.  Questa varietà fa emergere, comunque, elementi di linearità, tra cui la particolare cura formale delle sue immagini. Un’attenzione che si concretizza, tra l’altro, nella sintesi formale di certa sua produzione – ci si riferisce, per fare un esempio, ai lavori dedicati alle “foglie” – con la creazione di un insieme organico di opere non privo anche di elementi di polisemia. Una pluralità di letture che porta l’immaginazione ad associazioni del tipo, per esemplificare al massimo, foglia/mappa, foglie/labbra, ecc. stimolate, di volta in volta, da aggregazioni di varia natura (relazioni metonimiche, forme di reificazione e così via). Analogamente, in altre fotografie, dove utilizza ulteriori formule espressive tenta la creazione di ideali geografie immaginarie – si fa riferimento, in particolar modo, alla serie “schiene” -  dove, sempre grazie a processi analoghi, lo studio delle forme di corpi si trasforma in un nuovo panorama, in un’altra dimensione che trasferisce lo sguardo dal reale all’irreale. Una cura ed una sensibilità che emergono con forza anche nelle opere affatto riconducibili ad analoghi referenti reali; opere ove lo sguardo è indirizzato ad un indefinito altrove che va oltre l’immagine proposta, legato in qualche caso al referente visibile solo per semplice metonimia. L’impegno di Savina rinvia, infine, anche ad una riflessione riguardo ad un eventuale distinguo tra le figure di artista ed artigiano. Un confronto ove quest’ultima figura potrebbe assumere – per un diffuso luogo comune – una connotazione di minor prestigio rispetto alla prima, sebbene nell’uso meno recente del termine l’attributo di artista conviveva probabilmente meglio con quello di artigiano; o, quantomeno, con maggior naturalezza. Ma perché soffermarsi a riflettere su un tale aspetto?  Semplicemente per rimarcare, nel percorso di Savina, la dedizione che lo caratterizza nella preparazione delle sue opere. La sua è la passione di un autore che, per dirlo con parole semplici, ama “sporcarsi le mani” intervenendo in tutte le fasi di creazione delle proprie opere, curandone personalmente anche la delicata rilettura in camera oscura. Un’attività creativa che interpreta come un unico, inscindibile procedimento. Un’evoluzione nel corso della quale, in equilibrio, convivono costantemente l’aspirazione dell’uomo verso la figura dell’artista e quella dell’abile e sensibile artigiano. Entrambe queste figure, in sinergia continua, unite per ideare e creare, snodandosi tra intimità ed interesse estetico. La ricerca della bellezza, è noto, è tra gli “interessi abstracti dell’uomo” (Abruzzese) e le immagini che Savina realizza tentano di offrirne una traccia.  Marzo 2003 _________ Riferimenti Barthes, La camera chiara, Einaudi; Abruzzese, Forme estetiche e comunicazione di massa, Marsilio; Adams, Il negativo, Zanichelli; White, Riti e Passaggi, Federico Motta Editore; Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi.