Claudio Isgrò. poesia, fotografia.

Claudio Isgrò. poesia, fotografia.

di G. Regnani

gerardo.regnani@gmail.com

c’è silenzio lì. è un fiume silente quell’oscurità. così “Le Chateau d’Eau”,[1] nella sua semplicità, segna lo sguardo iniziale. è un ibrido intrigante, a metà strada tra la reliquia d’archeologia industriale e una sorta di ecologico esempio di modernariato ad indirizzo espositivo. tutt’altro che una rarità laggiù. spaziando con la mente come in un’immaginaria costruzione ideale, per sostituzione, non è là che si pensa di essere. l’alta coltre d’erbe che isola la superficie, le possenti pareti di cemento, che ora spoglie ovattano l’ambiente, e quell’aria strana tutt’intorno proiettano dentro quell'insolito ventre di balena, e in noi, un’inconsueta dimensione placentare. tentando di percepire qualche suono, s’avverte lieve solo quell’antico e lento sciabordio dell’acqua che tanto a lungo, in quell’originale contenitore, è stata l’unica ospite sovrana. quella stessa acqua che la mitologia ellenica, non concependola solo quale sostanza sensibile, percepì come elemento unificatore e principio di tutte le cose. in quel luogo, adesso, è una non presenza ancora forte e segnante, come fu di sicuro allora per la gente del posto. uno strano, liquido anfitrione che ora appare solo di rado attraverso qualche episodica impronta. ma tutto lì è anche costruzione e immaginazione. un viaggio facile e lieve in quel silenzio, che occorre ripetere però con insistenza assecondando un assorto rituale d’ascolto; più volte e con i sensi tesi, per rievocare l’emozione che contiene il senso di quell’atmosfera surreale. attendendo e condividendo quell’assenza afona, si manifesta infine una sacrale e profonda sensazione di pace. “… facendo silenzio per vedere dentro di noi, ci è permesso vedere da un luogo sacro. Da questo luogo la sacralità di ogni cosa può essere alfine contemplata”.[2] tornando là a più riprese nel tempo, l’autore ha così compiuto un proprio intimo pellegrinaggio. nell’esplorazione del tutto, alla ricerca della verità nel suo mutare, un’istintiva associazione lo ha indotto ad unire la fisicità di quell’ambiente con l’etereo dell’anima. quella caverna silenziosa e deserta, per la comunione con il vuoto della sua anima, ha trasformato (per traslazione) un’analisi già non propriamente documentaria in una speculare visione interiore. in tal modo questo metaforico grembo, questa strana architettura, è divenuta il terreno possibile di un’ideale indagine autobiografica. le immagini, che documentano questo cammino, ne riassumono il logico ed accessorio momento di sintesi, l’ultimo spirituale riflesso di luce, la definitiva scansione meditativa. non è solo in loro, ma soprattutto oltre loro, che vive il senso di quest’immersione. l’intera opera di scavo interiore appare in queste fotografie per implosione, attraverso segmenti condensati. sono versi rarefatti e sospesi, avvolti da un’apparente ed ermetica quiete atemporale. è una poetica sottile, non ostile all’estetica, che narra per mezzo di segni luminosi l’avvento in quel luogo e la dimensione che ne è scaturita. un percorso, che anche attraverso una delicata proposta formale, testimonia un’astrazione dal reale verso l’irreale. ispirazione di fondo di questa ricerca, aldilà di sterili trascendenze, sembra essere una celebre condensazione morandiana che conferma “che non vi è nulla di più surreale e nulla di più astratto del reale.”[3] è un cauto cammino mistico, avviato "a tentoni" e quasi senza eco, per lambire l’oscurità. in solitudine, con il solo aiuto di una lampada, una piccola brancolante lampara, scossa nel buio quasi come un'improbabile arma preistorica. quel modesto attrezzo e le mani di quell’inesperto minatore, in completo isolamento, hanno tracciato un sentiero luminoso per lottare contro il mutismo della sua passione. nella rivisitazione della memoria, nella sua rievocazione, la luce diviene l’indice perfetto. quale simbolico trànsfert, veicola tutta la ricerca persino quando scompare assorbita in un vortice. un divenire protagonista la conduce, dall’originaria semplicità statica della fase primordiale, all’epilogo quale pura essenza spirituale. ed esprime una grande spiritualità privata la sua osservazione; una mistica che, se dilatata, assume un valore universale oltreché personale. l’esplorazione in quella stravagante cava popolare, metaforicamente, gli affina lo sguardo su quel fondamentale principio immateriale del pensare e del volere, protagonista delle attività mentali superiori e dei sentimenti più alti, che ognuno riconosce come lo spirito, il sé. la sua essenza, nella sua riaffermazione come motore di vita, domina questo sforzo. e attraverso la contemplazione, in quel tempio fantastico, riaffiora la parte più intima dell’io scoprendo, oltre le tracce di un’esistenza ferita, il desiderio di riemergere da un abisso. la narrazione suggerisce la riconquista d'una speranza da tempo ormai celata oltre un crinale; un ostacolo che spesso (improvviso) si staglia sulle ceneri di un’acuta sofferenza, negandoci a lungo la vista oltre il profilo dell’orizzonte. sottraendoci a lungo l’amore. lo sguardo, privo d’ossigeno, è così incapace di alimentare il versante sereno della vita ove, per certo, l’esistenza non profuma d’altro che di semplice felice quotidianità; la stessa che prima ci era così cara e abituale e che, d’un tratto, sopravvive esclusivamente nel nulla di un ricordo. questo il percorso, l’intensa sintesi espressiva dell’autore: emozioni, memoria, attraverso minute frammentazioni poetiche. una poesia sottile, pensata e proposta più con la pancia (l’istinto) che con la testa.[4] pòiesis e non arido logos. ma questa rimemorazione cela anche un sospetto, e una scelta, riguardo ad alcune linee di fondo che caratterizzano tanta fotografia contemporanea, così frequentemente intrisa di un cerebralismo che la rende forse adatta ad animi più inclini del suo. l’animo di una rara figura di amico e maestro ideale, quello di Claudio Isgrò attore di un’incisiva e pacata autorità. le sue opere sono piccoli e acuti mandala, temporanee architetture d’esistenza. nel nudo di ogni fotogramma questo lavoro, autobiograficamente, rivela un lento e atteso rifluire di serenità. un nuovo universo di pace interiore, mediato dall’uso di pensieri scritti con la luce.   Aprile 2006 [1] Galerie du Chateaux d’Eau, Sigean (Languedoc Roussillon), Francia. periodico spazio espositivo pubblico ricavato dall’utilizzo di una cisterna di raccolta dell’acqua ora in disuso. [2] Riti e Passaggi, Parole e immagini di un maestro della fotografia americana, Minor White, Federico Motta Editore S.p.a., Milano, 1992. [3] Atelier Morandi, Luigi Ghirri, Contrejour Palomar, 1992. [4] Il suggerimento è stato di recente raccolto in un confronto con Karine Pellegrin, sensibile artigiana e gallerista francese.