C. Savina e la "sua" fotografia

C. Savina e la "sua" fotografia

Tutte le raccolte fotografiche dell'autore

Appendice di

Un corpo aleatorio

Sguardi sul corpo nella “casa di vetro” della Fotografia

per il testo introduttivo generale, cfr: https://gerardo-regnani.myblog.it/2021/12/27/un-corpo-aleatorio-sguardi-sul-corpo/)

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INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ C. Savina. Il ritratto di grupppo C. Savina, da Il ritratto di grupppo, s.d. Il ritratto, in particolare il ritratto singolo, realizzato in primo piano, è stato un genere che ha spesso attratto l’interesse dell’autore, sin dal suo esordio espressivo con la Fotografia. La sua ricerca nell’ambito del ritratto è stata sempre orientata, similmente a quella di Nadar (lo pseudonimo di Gaspard-Félix Tournachon), alla ricerca dell’essenza più autentica della persona o del gruppo ritratto. Per tale ragione, non ha esitato a praticare anche delle sperimentazioni allo scopo di far emergere nei suoi ritratti l’intimità più autentica, il “corpo vero” del soggetto raffigurato. Sfidando ogni volta anche sé stesso ed esigendo il meglio da ogni sessione di ritratto, è arrivato persino a rileggere in una personale chiave critica sia la responsabilità dell’autore sia l’idea di fotogenia del raffigurato (un tema, quest’ultimo, del quale si è accennato più diffusamente altrove). Come Nadar, la sua idea di ritratto non è tanto quella di una mera somiglianza ma quella della somiglianza più intima. Una somiglianza intima che l’autore ha tentato di ricreare nel corpo concreto e/o immaginario raffigurato in ognuna delle sue fotografie. Un problema, quello del trasferimento nell’immagine finale dell’anima del soggetto raffigurato nel ritratto, che accomuna l’autore alla miriade di ritrattisti che, sin dall’avvento della fotografia, si sono espressi con questo genere di immagini, apparentemente così semplici. Consapevole di questo, ha costantemente tentato di far convivere in quella sintesi visiva un adeguato equilibrio tra le sembianze fisiche del corpo e le attese di resa da quel ritratto sia sue sia del protagonista di volta in volta raffigurato. I ritratti di questo autore potrebbero inoltre ricordarci, ancora una volta, che la Fotografia - di norma “inconsapevolmente” - è anche un atto che per quanto tecnico è, in ogni caso, un gesto intenzionale, se non addirittura ideologico. Realizzando un ritratto, infatti, si tende a fissare per sempre un preciso momento, astraendolo e isolandolo, tra altri possibili, da un contesto reale o astratto di riferimento. Corpi, dunque, e volti che, al di là delle apparenze, sono una rappresentazione ideale del “corpo” non tanto e non solo della persona ritratta, quanto anche un’ideale proiezione anche dell’autore stesso. Un ritratto di una figura terza che, in realtà, è dunque anche una specie di autoritratto. Una traccia più o meno tangibile del protagonista ritratto, quanto del percorso umano e autoriale dello stesso fotografo.  Un’opera di rappresentazione di terzi e, insieme, di autopreservazione e rappresentazione, tesa, per quanto possibile, anche a salvaguardare la memoria tanto del raffigurato quanto del pensiero, delle opere e, non ultimo, del valore dell’autore. Il ritratto, così come l’autoritratto - quest’ultimo, forse, ancor di più - condensano, inoltre, l’idea di emblematico surrogato di un soggetto ormai assente che “resuscita” e torna presente ad ogni sguardo. Un tema particolarmente “sensibile” per l’autore, quest’ultimo, del quale si è accennato anche più diffusamente altrove. In questa prospettiva, il ritratto rappresenta dunque una sorta di quintessenza del miracolo tecnico realizzato dalla Fotografia.  Il tentativo disperato, quanto umano, di “ridare la vita” attraverso un’immagine ad un soggetto altrimenti assente o, peggio, addirittura scomparso. Nella Fotografia e, in particolare in quella di ritratto, si condensa, dunque, quel paradosso tecnologico di barthesiana memoria che consente ad un’immagine fotografica di “attestare” incessantemente, oltre a altro, la “presenza” di quell’assenza. Una funzione rievocatrice e preservatrice presente anche nelle immagini di questo autore, orientandone, per così dire, la relativa destinazione d’uso alla funzione, non solo tecnica, di “dare forma” a un corpo attraverso un suo surrogato visivo. Un soggetto ormai “scomparso”, in altri termini, un “fantasma”, reificato attraverso una specie di “resurrezione” laica. Una nuova opportunità di rinascita, per quanto effimera, nella quale ogni immagine, ogni “corpo” diviene un metaforico portale di transito tra la dimensione del presente e quella del passato. Un varco, dunque, che, collegandoli, rende “presente” il passato. Un gesto prometèico, quello dell’autore, capace di “ridare vita” anche ai suoi ritratti di gruppo, ai quali ha dedicato uno specifico lavoro. Il nucleo fondante della raccolta di immagini dedicata a questi ritratti di gruppo, è stato realizzato nel corso di un trentennio, tra il 1986 e il 2016. Analogamente a come è stato per alcuni altri suoi lavori, anche questo risente di una traumatica esperienza infantile dell’autore. Una ferita tuttora aperta e dolorosa, della quale ha ancora un ricordo vivo e profondo. Un trauma, che, similmente ad altre analoghe occasioni, ha poi trasformato in uno “strumento” di attenzione e sensibilità preziose per il raggiungimento di un adeguato modello di rappresentazione dei relativi protagonisti. Il “corpo” di quel vissuto spiacevole è dunque poi “rinato” più volte in seguito, per lo meno in ognuna delle fotografie di gruppo che ha realizzato nel corso del tempo. Immagini che hanno anche assunto la funzione di simbolico simulacro di quelle mai realizzate in quegli anni d’infanzia. C. Savina, da Il ritratto di grupppo, s.d. Una vicenda che, fortunatamente, l’autore ha dunque metabolizzato “convertendola” in una leva motivazionale positiva che si è espressa in una ricca serie di esperienze non esclusivamente professionali che, nel tempo, gli hanno restituito - in altro modo - quelle emozioni a suo tempo impropriamente impedite e sottratte sia a lui sia ai suoi coetanei. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. Corpo scolpito C. Savina, da Corpo scolpito, s.d. Il “Corpo scolpito” è una piccola raccolta di fotografie, composta da una serie di immagini realizzate e, come in altri casi analoghi, poi stampate personalmente dall’autore intorno alla metà degli Anni ’80. Il lavoro conclusivo di stampa in camera oscura, ha dichiarato l’autore, non è stato molto semplice, essendo stata necessaria una laboriosa attività preparatoria. Un’attività articolata e, ciò nonostante, comunque caratterizzata da significativi margini di incertezza riguardo all’esito finale. Un’aleatorietà via via crescente, alimentata, nelle diverse stampe di prova realizzate, anche dalla necessità di individuare correttamente e “dare una forma” adeguata con analoga precisione alle linee di taglio originariamente immaginate. Un altro tratto distintivo del lavoro è il formato cm. 30x40 delle stampe finali. Si tratta di un formato che l’autore ha solitamente preferito per la stampa della maggior parte dei lavori da lui realizzati, sebbene, per questa piccola raccolta, abbia tuttavia ipotizzato anche una stampa delle opere in un formato maggiore, ovvero cm. 70x100. Per lo meno per un’immagine, che non ha sinora indicato specificatamente, alla quale è convinto risulterebbe particolarmente adatto questo maggiore formato. Anche questa raccolta, per la precisione nel 2020, è stata infine digitalizzata, oltre che per ragioni di gestione, catalogazione ed archiviazione, anche allo scopo di poter successivamente intervenire in fase di post-produzione per effettuare eventuali interventi sull’opera stessa e, non ultima, per l’altrettanto eventuale possibilità di realizzarne anche degli ulteriori ingrandimenti. Quanto ai contenuti, per l’autore, questa raccolta, ancora potenzialmente in crescita, è caratterizzata da una particolare connotazione autobiografica. Infatti, la spinta motivazionale che lo ha portato a realizzarla si è progressivamente alimentata del desiderio - da molti condiviso in particolare nel periodo giovanile, ma non solo - di risolvere o, quanto meno, almeno di mitigare il conflitto interiore con l’accettazione del proprio corpo e, più nello specifico, dell’immagine che gli è sembrata venisse da quest’ultimo “riflessa”. Un tema, quello legato all’immagine di sé, autopercepita o riferita che sia, al quale fanno riferimento più o meno esplicitamente e/o estesamente anche altri lavori dell’autore e le relative riflessioni ad essi legate. Si tratta di un percorso di ricerca che oscilla incessantemente tra l’esplorazione della “realtà” concreta e il proprio mondo interiore. Un’indagine anche sul sé, su come il protagonista di volta in volta raffigurato nelle sue immagini, a partire dallo stesso autore, lo ha immaginato essere in un dato contesto e/o circostanza. Un corpo “scolpito” anche dalle tante tracce del proprio percorso esistenziale e, durante questo viaggio più o meno lungo, più o meno travagliato, dai tanti segni, dai tanti simboli incessantemente condivisi con sé stesso e con gli altri. Segni e senso condivisi, inoltre, tra sé stesso e l’ambiente reale e/o simbolico di riferimento e, non ultimo, tra sé stesso e sé stesso. In particolare, tra un sé stesso al presente, nel quale il corpo è il prodotto del suo passato, e un sé in divenire, ovvero la potenziale proiezione del suo probabile sé futuro. Una somma di trascorsi e un flusso in divenire, che convivono in una perenne oscillazione espressiva del corpo tra natura e cultura. Un altalenarsi nel quale la natura si sostanzia nella parte costitutiva apparentemente più imparentata con la dimensione primigenia naturale, fisiologica e biologica dell’organismo, ovvero quel corpo materiale, fatto di muscoli, mucose, liquido ematico, etc., nel quale, da sempre, “abitiamo”: verosimilmente, la dimensione prevalente nelle forme sociali arcaiche primordiali. Una dimensione alla quale si affianca e si contrappone, anch’essa da sempre, quella, egualmente imprescindibile, di tipo culturale: una dimensione, che, viceversa, è più diffusamente considerata preminente e saliente nelle società più moderne e, dunque, più vicine ai nostri giorni, rispetto a quelle primitive. Un dualismo sinergico, quindi, e, insieme, dialettico in un corpo in perpetuo e precario equilibrio tra la dimensione naturale e quella culturale. C. Savina, da Corpo scolpito, s.d. Una duplicità da sempre indagata e confusa, per quanto ovvio, anche nel corpo dell’autore. Un piano doppio attraverso il quale, ha avuto modo di riflettere sulla propria essenza, non ultimo fisica, su come si è “sentito” percepito da sé stesso e/o dagli altri. E, proprio attraverso il suo corpo, l’uomo, in questo caso, la sua proiezione di autore, ha provato a “sentire” questo mondo e a “tradurlo” in un’idea propria attraverso la Fotografia. Ha sperimentato, in tal modo e non solo per mezzo del proprio corpo, il suo essere, al tempo stesso, oggetto indagato e soggetto indagante, incessantemente e irrimediabilmente ente contaminato e agente contaminante sia del proprio mondo sia di quello, almeno apparentemente, terzo rispetto a lui. Una dimensione duplice che ha indagato a lungo, da anni, e continua ad esplorare. Un mondo nel quale il corpo non vive isolato, ma può talora comunque sperimentare un “distanziamento” sociale ed emotivo anche diffuso e perdurante. Un girone di sofferenze nel quale il corpo, con le sue fragilità, non si sente più, in parte o del tutto, a proprio agio e, come tale, non si sente più tra simili, bensì un diverso tra diversi. Un corpo differente e, magari, non “a norma”. Un difforme corpo tra i corpi, sempre e comunque immerso in una rete di senso - che, talvolta, si connota di elementi variabili di disagio - che, anche nelle sue derive meno desiderabili, contribuisce egli stesso ininterrottamente anche a costruire e, altrettanto ininterrottamente, a ridefinire. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. Schiene C. Savina, da Schiene, s.d. Il progetto “Schiene” è composto da circa 50 immagini tutte realizzate dall’autore. Tutte le singole fotografie sono state anche stampate personalmente dall’autore stesso. La stampa in camera oscura, ricorda l’autore, ha richiesto interventi e mascherature ad hoc per ottenere i neri profondi ed i bianchi densi di contrasti che le caratterizzano. Allo scopo di realizzare specifici ingrandimenti di formato maggiore, alcune di queste foto sono state successivamente sottoposte ad un’apposita scansione in formato digitale. Si tratta del primo progetto ben definito dedicato dall’autore al corpo umano. L’idea di fondo che lo ha portato a realizzare queste opere è legata all’intento di compiere un’esplorazione del corpo, creando dei nudi particolari, libera dalle costrizioni fisiche e simboliche “imposte” dall’abbigliamento. E, consapevole di addentrarsi in un genere notoriamente “affollato”, ha scelto di posare lo sguardo della sua fotocamera su una parte del corpo umano che gli è sembrata, rispetto ad altre altrettanto interessanti, apparentemente meno attraente, aiutato in questo dalla complice singolarità delle riprese. Le immagini, in effetti, si connotano per una specificità dal punto di vista estetico, avendo l’autore deliberatamente escluso il volto dei soggetti in posa, preferendo delimitare l'inquadratura alla sola frazione dorsale. Evitando quindi volutamente di raffigurare, oltre al viso, anche le restanti parti del corpo. Una scelta, nell’ambito di questa sua ricerca sul corpo non solo fisico, che sembra, come per altri lavori, riconducibile ad influenze di tipo formalista. In questa prospettiva, il particolare del corpo fisico fotografato dall’autore diviene anche un pretesto e, insieme, un viatico per un viaggio destinato altrove. Nella geografia di parti del corpo, una schiena diviene anch’essa un medium che transita lo sguardo anche verso dimensioni altre, più o meno note. Dimensioni altre che l’autore ha tentato di evocare anche attraverso l’impronta rigorosa dell’accennato formalismo che ha tradotto in un rigore estetico netto, quanto anonimo. La nudità mostrata è, infatti, quella di un corpo “denudato” di qualsiasi elemento che, in qualche modo, possa eventualmente identificare il “proprietario” di quella frazione anatomica. Un corpo “nudo”, privo, peraltro, di qualsiasi elemento inessenziale. Un corpo del quale ha nascosto la parte forse più importante, ovvero, come suaccennato, il volto. Il volto, inteso come l’elemento identitario verosimilmente più importante, il massimo condensato della personalizzazione, che, proprio per questo, è stato dunque sottratto all’osservatore a favore di una forma pura, assoluta, essenziale, anonima. Un antropomorfismo così ideato che tenta inoltre di trascendere l’originaria natura biologica della parte del corpo raffigurata. Lo fa in una scenografia connotata da segni e linee asciutte e dal close up. Una costruzione formale amplificata dalle tonalità minimaliste e meditative del bianco e nero che, come in altri sue raccolte di immagini, assume il ruolo di un ulteriore riferimento narrativo e, insieme, di “rinforzo” sul piano della comunicazione. Una nudità netta, dunque, e, insieme, tendente alla trascendenza. Una trascendenza sia terrena, verso un altrove secolare e la relativa intricata rete di interdipendenze tra i vari corpi biologici e corpi sociali, sia ultraterreno, verso un Altrove spirituale e la sua non meno complessa rete di pensiero e, per chi è interessato, anche di credo. Di questa trascendenza, ma non solo, è dunque “rivestito” il corpo prima nudo - e, talora, anche apparentemente informe - raffigurato in queste immagini. Con questo nuovo “abito” il corpo non più nudo “riprende forma”, una forma nuova, che lo decontestualizza e lo rende impersonale. Creando, così, anche un simbolico sistema di difesa contro eventuali sguardi “inquinati” che, di fronte a queste elaborazioni del nudo, cerchino, piuttosto, dell’altro. Dell’altro, magari più… esplicito. Ma, alla base della scelta di questa frazione del corpo, non ci sono solo le ragioni appena accennate. Un intento collaterale dell’autore è stato anche quello di ricordare quanto strategico sia il benessere di quella frazione del corpo. Un invito, neanche poi tanto celato, legato anche ad alcune sue considerazioni personali di carattere generale sulle possibili cause scatenanti di talune degenerazioni fisiopatologiche e al relativo, conseguente, stato di possibile sofferenza di quella specifica parte del corpo. Patologie che potrebbero essere alimentate e, talora, addirittura amplificate, da una carenza di attenzione e/o di cure adeguate, non ultime, quelle riguardanti anche l’alimentazione. Una distrazione d’interesse dal quale l’autore non ritiene di esimere, in linea generale, neanche la Storia dell’arte, colpevole, dal suo ovviamente discutibile punto di vista, di aver sovente trascurato di dedicare una maggiore attenzione specifica a questa nodale parte del corpo in tante delle sue produzioni (pittura e scultura, a suo dire, in particolar modo). Ma, trasformando sostanzialmente questo “problema”, questa carenza, in un’opportunità, l’autore ha intenzionalmente adottato questa sezione del corpo risemantizzandola e trasformandola, da componente secondaria e meramente funzionale del nostro organismo, in una sorta di territorio inesplorato, in un laboratorio sperimentale ed evolutivo della visione. Le superfici meno percorse ed esplorate di quest’area (in parte, secondo lui) dimenticata, compresa tra la nuca e la zona lombare del corpo umano, si sono quindi trasformate in intriganti paesaggi immaginari. Un mondo altro dove il “reale”, materiale, concreto, fisico e tangibile della regione posteriore del torace, grazie ad una sorta di rilettura semantica, ha assunto le vesti (nuove) di un luogo rivestito di un diverso interesse che, in precedenza, secondo l’autore, sia per frequenza sia per intensità, non gli è sembrato altrettanto ampio e percepito. La frazione del corpo esplorata dall’autore è, quindi, certamente quella di un corpo biologico. Ma, lo sguardo dell’autore ha tentato di condurci anche oltre quel semplice tratto di parete dorsale, dove c’è, innanzitutto, una persona. Una duplicità, quella tra l’organismo e la persona, nella quale la scelta per la componente più “umana”, piuttosto che per quella preminentemente biologica, non scarta comunque a priori nessun’altra opzione. In particolare quella biologica, che resta per l’autore sempre in evidenza, se non, persino, in primo piano. Si pensi, ad esempio, ai suggerimenti più meno espliciti dell’autore contenuti sottotraccia in queste fotografie, riguardanti la cura - non solo estetica - del corpo. Una cura e un interesse che si traducono, a completamento di quanto al riguardo già poc’anzi accennato, in attenzione per l’assetto posturale, la predilezione per talune pratiche e discipline, quali l’amata danza, e, più in generale, per un più sano, equilibrato e corretto stile di vita. Un’attenzione non effimera e sporadica dell’autore che si trasforma, attraverso immagini come queste dedicate ad una specifica parte dell’organismo, anche in un silenzioso invito a non dimenticarsi, in generale, del proprio corpo. A non dimenticarsi, amplificando l’intento originario dell’autore, di sé stessi, in fondo. Questo perché, anche attraverso la cura del corpo materiale, ci si prende cura anche di quello immateriale e, anche attraverso questa interazione dialettica tra queste sue componenti, il corpo fisico e quello spirituale possono avere un contatto più equilibrato e armonico con gli altri. In questa prospettiva, il corpo può quindi divenire un veicolo, uno strumento strategico per arricchire e migliorare progressivamente questa trama di scambi materiali e/o simbolici con il tutto. Diversamente, ad esempio nel caso di una malattia, quando il corpo sembra posto in una sorta di piano muto, secondario rispetto a tutto il resto, come se non esistesse. Un corpo che non sembra più essere “nel” mondo, ma, piuttosto, al posto di questo. E, per tale ragione, potrebbe essere immaginato come se fosse addirittura qualcosa di estraneo, similmente ad un oggetto, ad una cosa qualsiasi. Estraneo, alieno, dunque, a quel reticolo di senso, a quell’intreccio dialettico che è, in ogni caso, quel “corpo” collettivo che chiamiamo il mondo. C. Savina, da Schiene, s.d. Una rete che dà e offre comunque, a chiunque, in fondo, un senso. Una trama di senso, dunque, per dare e darsi sostanzialmente un senso e, insieme, un… fine. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. Presenze-assenze C. Savina, da Presenze-assenze, s.d. Questo lavoro, avviato dall’autore nel 1991 e non ancora completato, si distingue dagli altri per alcune specificità che lo caratterizzano. A partire dall’uso del colore, che rappresenta una scelta estetica e narrativa peculiare e sinora non molto frequentata dall’autore. Una scelta particolare, dunque, considerandone anche la sua applicazione a una serie di immagini che ha come riferimento una cornice certamente simbolica e valoriale, ma, al tempo stesso, anche documentaria. Un intento documentario, dunque, unito a una dimensione evocativa e narrativa, che l’autore ha fuso insieme dedicandosi a un tema tuttora di drammatica attualità: una vera e propria emorragia di risorse - in particolare, per quel che lo riguarda - dall’amato “corpo” della sua terra pugliese, ovvero l’abbandono delle campagne da parte delle giovani generazioni. Generazioni di lavoratori della terra, corpi che per millenni si sono presi cura del “corpo” comune della loro terra d’origine, oggi sono divenute figure eteree, non identificate, generici fantasmi, rappresentanze, presenze vacue di quelle famiglie di vecchi anonimi contadini via via disperse e divenute ormai irrimediabilmente delle concrete assenze. Un tema che ha sentito in modo particolare, ancor più forte e vicino, in questi anni, assistendo quotidianamente impotente a questa tendenza inarrestabile, che ha interrotto, probabilmente per sempre, un fisiologico turnover generazionale secolare. Si tratta di un lavoro intenso nel quale la Fotografia, come quella di questo autore, sembra particolarmente adatta a descrivere quest’alternanza fatale tra la presenza e l’assenza. La dimensione emozionale, simbolica e, persino, a suo modo documentaria, di queste fotografie ci appare verosimilmente affine a una sorta di reportage, pur testimoniando solo simbolicamente una dolorosa fuga di massa e, insieme, la scomparsa definitiva di una generazione di persone, di lavoratori e, non ultimo, di testimoni di una tradizione sociale e culturale millenaria. Questa triste impressione è ulteriormente accentuata dalla strategica scelta narrativa dell’autore, per lo meno nella fase di avvio del progetto, di fotografare i protagonisti delle riprese posti - ovvero nascosti - dietro un lenzuolo di stoffa bianca o colorata. C. Savina, da Presenze-assenze, s.d. Corpi anonimi e, nel contempo, rappresentanza simbolica di un corpo sociale figlio di una parte considerevole di una o più generazioni che in quelle terre non è più riuscita a rimanere stabilmente e a radicarsi definitivamente, cedendo, purtroppo impotente, alla spinta dell’abbandono. Corpi invisibili, come spesso lo sono quelli dei perdenti protagonisti di tanta parte della Storia. Figure anonime, senza parola, mute - come la Fotografia che le ritrae - e poste paradigmaticamente in posa tra quegli emblematici alberi di ulivo, divenuti anch’essi testimoni e metafora dolorosa, in quelle terre difficili, di altri corpi viventi comunque perdenti. Anche quei differenti esseri viventi, infatti, seppure per ragioni diverse, affollano l’infinito elenco degli sconfitti da quelle terre amare come i destini dei loro cooprotagonisti umani. Per sottolineare questa condizione di anonimia e di sconfitta, come accennato, ciascun protagonista è solo parzialmente “rivelato” nell’immagine, risultando soltanto limitatamente riconoscibile come corpo umano attraverso qualche intuibile dettaglio del suo stesso corpo fisico celato e, al tempo stesso, sagomato dall’anonimo sudario accennato precedentemente. L’intento doloroso e, insieme, socialmente orientato dell’autore è quello di rievocare - attraverso questa sorta di calvario umano e sociale ricostruito in una prospettiva estetica apparentemente iconoclasta - i corpi infelici, senza nome e senza identità di quegli invisibili, nessuno escluso, ai quali la sorte ha fatto indossare il triste abito di chi - “per scelta” e, chissà, se magari per sempre - ha dovuto abbandonare quelle sue terre di origine in cerca di un nuovo futuro, magari migliore. O, meno ambiziosamente, accontentandosi di trovare anche solo una… ipotesi di quel futuro! Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. Il corpo tra luce e materia (traiettorie di luce) C. Savina, da Il corpo tra luce e materia, s.d. Il progetto “Il corpo tra luce e materia (traiettorie di luce)” è stato realizzato dall’autore nel corso di un arco temporale di oltre quindici anni, a partire dal 1998, sino al 2014. Ė composto da una serie di oltre cinquanta fotografie, che, come in altri analoghi casi, sono state anch’esse tutte stampate personalmente dall’autore. Considerato il notevole impegno che ha richiesto l’attività in camera oscura per la realizzazione di tutte le stampe, tra le quali anche degli ingrandimenti significativi (ad es., nel formato 70x100 cm.), non è forse improprio immaginarla come una sua straordinaria impresa personale. Similmente ad altre serie, di talune immagini, sono state poi realizzate anche delle scansioni digitali per permetterne la riproduzione in formati anche maggiori. Il corpo, lo evidenzia il titolo-traccia (una peculiarità dell’autore) di questa serie, è nuovamente il campo di indagine preponderante di questo lavoro, così come lo è stato, almeno sino ad ora, per tanta parte del suo percorso di ricerca. Ė un’indagine su un corpo liberato, letteralmente, da ogni “sovrastruttura”. Un progetto attraverso il quale la tradizionale ostensione del corpo, quella che sovente si osserva nelle immagini classiche di nudo viene invece rielaborata dall’autore. Il progetto propone, infatti, un “corpo” trascendente che, non solo simbolicamente, sembra “andare oltre” la realtà, sino ad evolversi e dissolversi nella materia prima proprio della Fotografia, ovvero la luce. Un’evoluzione che per le persone ritratte, compreso l'autore, si è arricchita di un particolare elemento emozionale: “L’esperienza di immaginarsi impercettibili traiettorie di luce.” Traiettorie, segni, tracce di luce che, nella prospettiva cooperativa che ha caratterizzato sin dagli esordi questo progetto, sono stati di fatto realizzate anche con il contributo degli stessi modelli che hanno posato per la realizzazione di queste opere. Ognuno di loro, ha precisato l’autore, è stato infatti dotato di una torcia con la quale, sfruttando a fini narrativi la tecnica dell’otturatore aperto e delle pose lunghe, ha avuto la possibilità di disegnare autonomamente e liberamente parte delle scie luminose ora visibili sulla superficie delle fotografie. Dotando ogni coautore di quella protesi artificiale e dandogli le relative “istruzioni per l’uso”, l’autore ha sostanzialmente stipulato con loro una sorta di tacito contratto di cooperazione per completare “a quattro mani” ognuna di queste opere comuni. Adattando poi in modo forzato anche a queste sue opere l’idea del testo come “macchina pigra” di U. Eco, si potrebbe inoltre immaginare una sorta di similitudine (forzata, anch’essa) tra queste fotografie e i suoi spettatori ideali per il completamento della narrazione celata “dietro” queste raffigurazioni astratte. Insieme ai suoi diversi modelli-coautori, l’autore - così come avrebbe fatto lo scrittore ideale immaginato dal semiologo alessandrino mettendosi in relazione con il suo lettore altrettanto ideale - chiede quindi ai “suoi” spettatori di completare il “non detto”, il non esplicito immerso nel “testo” contenuto nelle immagini. In questa prospettiva, l’autore, come farebbe lo scrittore “di” U. Eco con i relativi lettori, ha dunque virtualmente stipulato anche lui un tacito contratto di cooperazione con i suoi futuri potenziali spettatori/fruitori delle sue opere. C. Savina, da Il corpo tra luce e materia, s.d. L’autore, riguardo al suo lavoro, ha inoltre aggiunto che, realizzando questi nudi - e liberandosi, quindi, dai relativi tabù preesistenti - ha provato un’emozione intensa, unica, paragonabile ad una condizione di “libertà primordiale” assoluta, idealmente legata all’origine stessa della vita. Un’esperienza dapprima soltanto riferitagli dai protagonisti via via fotografati e poi provata direttamente sulla sua pelle, allorché ha deciso di posare anche lui nudo davanti all’obiettivo. Una decisione non facile, ha aggiunto l’autore, tenuto conto delle “catene” che ha dovuto spezzare e del muro di resistenza personale che ha dovuto abbattere. Una lotta che ha dovuto ingaggiare con sé stesso per vincere il pudore - e, forse, anche la vergogna - di mostrarsi finalmente anche nella sua assoluta nudità. Un imbarazzo che l’abbigliamento, nelle sue varie espressioni, comunque “copre” e, in ogni caso, comunque attenua. Per chiunque, incluso l’autore. Ma, così come modificando i vestiti, si modificherà, conseguentemente, il soggetto che li indossa, togliendoli, si attua una vera e propria ostensione del corpo. Lo stesso corpo che, nella trasparenza estrema della pornografia dilagante nella nostra società contemporanea cerca rivestirsi di un nuovo status, nel quale si propone nei panni, “nuovi”, di un corpo progressivamente più libero dai tabù preesistenti. Un corpo, quello della pornografia, che è divenuto una sorta di “fotografia” del mondo contemporaneo. Una finestra - scandalosa, per quanto ovvio - attraverso la quale osservare, come proiettati su di un telo per diapositive, oltre a sé stessi, il reticolo di interazioni che contribuiamo ad alimentare con le nostre scelte e le nostre azioni. Tra le altre, la rilettura di una dimensione ormai usurata - sia per il corpo sia per l’essere che lo “abita” - è la dimensione della privacy. Una sfera intima ormai incessantemente ed inesorabilmente sempre meno privata, erosa, com’è da una dilagante - se non persino anche patologica - ossessione della visibilità. Un’onda virale che non tange l’autore, il quale, in questa consapevole scelta del nudo, ha visto piuttosto, come suaccennato, l’opportunità di fare un gesto liberatorio, che gli ha permesso di uscire dalla “gabbia” dalle pareti invisibili, fatta, come detto poc’anzi, di pudore e, forse, anche di vergogna. Un gesto di libertà che sembra anche in linea con una concezione filosofica dell’esistenza di tipo naturalista. E la luce, in questo suo percorso verso la libertà, ha un ruolo strategico, persino generatore. Secondo, infatti, una particolare prospettiva dell’autore della quale si prende atto, il componente più microscopico della luce (il fotone), così come l’elemento più piccolo della materia (l’atomo) “visti”, se possibile, al microscopio potrebbero confondersi. Al riguardo, ha aggiunto che, a livello infinitesimale, non sembrerebbe distinguibile ciò che è luce, immateriale, da ciò che, invece, lo è. Detto altrimenti, l’autore ha quindi concluso che, a livello di micro particelle, l’eventuale osservazione di un fotone escluderebbe, di fatto, la vista della materia e viceversa. In relazione a questo fenomeno, si è fatta strada in lui l’idea che gli esseri umani possano essere “composti” anche di luce, oltre che di materia. Per tale ragione, nelle immagini che compongono questa serie, ha pensato di “rappresentare un corpo che fosse fatto di luce e di materia”. Traiettorie luminose, che, con le loro irriproducibili circonvoluzioni, connotano ciascuna di queste opere rendendo ognuna arcana, eterea e, non ultimo, unica e irripetibile. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. I limiti del corpo (i pesi della vita) C. Savina, da I limiti del corpo, s.d. Con quest’opera, nata da un progetto avviato nel 2001 e composta da 5 immagini fotografiche (in forma di polittico), l’autore ha partecipato nel 2012 ad una mostra collettiva intitolata “Il corpo dell’artista”. Sono dunque passati 11 anni dal momento nel quale è stata effettuata la ripresa fotografica a quello della decisione di esporre queste fotografie di nudi. Questo ampio scarto temporale, per l’autore è, ancora una volta, la dimostrazione di quanto sia stato difficile per lui vincere le sue resistenze e trovare la forza, il coraggio, di fare questo passo. Come detto a commento di altre sue opere, anche queste immagini lo hanno portato a riflettere a lungo sulle dipendenze, sulle schiavitù che ci portiamo dentro, sulle convenzioni sociali, sulla morale comune, sull'educazione ricevuta, sui nostri vari tabù, etc. Per l'autore questi autoritratti, questo mostrarsi nudo, ha assunto anche una funzione terapeutica in quanto, oltre ai vincoli sociali già accennati, gli hanno anche permesso di superare problematiche esistenziali, attraverso un lavoro su sé stesso per raggiungere un adeguato grado di autoconsapevolezza. Grazie a questo cammino interiore, l’autore ha avuto modo di sperimentare come “un corpo dimesso, oscurato, sommerso da pesi insopportabili che di colpo comincia a scrollarsi di dosso alcuni fardelli e diventa già più luminoso e via via più leggero da potersi elevare in tutte le direzioni.” Di nuovo, quindi, un riferimento alla luce, componente primario della Fotografia, compresa la sua. Un elemento attrattivo di grande fascino anche spirituale che, da sempre, è dunque anche un riferimento simbolico, uno “strumento” filosofico e politico per trascendere il quotidiano. Non solo il suo, secondo una prospettiva visionaria, sognatrice, ideale del percorso esistenziale. Un cammino non privo di difficoltà, come è, in fondo, da sempre la vita di ognuno di noi, alla continua ricerca di un equilibrio, per quanto effimero e precario, che ci aiuti a bilanciare i tanti “pesi” dell’esistenza e, magari, ci regali anche solo delle briciole di quella sana “leggerezza” tanto cara all’autore (e della quale si è già parlato più diffusamente in un precedente testo). Pesi sociali, convenzioni, norme che, come la gravità, ci “inchiodano” al suolo e dai quali, usandola al pari di uno “strumento magico”, l’autore tenta di liberarsi, combattendo una sua personale battaglia, anche e non solo estetica, attraverso la luce e una delle sue “applicazioni” che ben conosce: la Fotografia. Una “battaglia” che affonda le sue radici a ritroso nel tempo, che, a partire da metà Anni ’90, lo ha già portato alla realizzazione di altre opere, come quelle, ad esempio, che compongono le raccolte “Traiettorie di Luce”, dalla serie “Il corpo tra luce e materia” e “Più luce imprevista e imprevedibile in tutte le cose della vita”, dalla serie “Più luce nelle cose della vita”. Raccolte connotate da suoi particolari titoli-traccia, già, a loro modo, esemplificativi dei contenuti dei relativi lavori ai quali si riferiscono e che, in qualche modo, li riassumono persino. Contenuti che ruotano intorno all’idea di una luce intesa, come accennato, similmente ad uno strumento narrativo alla quale l’autore, in più occasioni, ha attribuito anche delle potenziali doti taumaturgiche. In questa prospettiva di pensiero, ha quindi prodotto anche queste immagini per lui emblematiche, che assegnano alla luce anche una strategica funzione di indirizzo, di ricerca di un possibile e ideale modello esistenziale. Modello ideale di vita che lo ha portato, in questo percorso progressivamente liberatorio, a interessarsi e dedicarsi progressivamente, tra l’altro, all’amata pratica delle danze “Gurdjieff” e a curare il corpo fisico e lo spirito attraverso l’alimentazione e la medicina naturale. C. Savina, da I limiti del corpo, s.d. Una luce che lo guida, lo alimenta e, alla fine, “attraversa” il suo corpo e da questo si irradia virtualmente sull’osservatore assumendo le apparenze di una specie di particolare effetto Joule. Una sorta di arcano alone auratico che finalmente lo libera dai vincoli e dalle “catene” sociali che prima ne limitavano sia lo sguardo sia l’agire. Lo imprigionavano bloccandogli sostanzialmente la strada verso un nuovo orizzonte di vita, verso una dimensione potenzialmente trascendente, un’esistenza più libera, …”superiore”. Una specie di “rinascita”, verso un futuro più luminoso, magari anche migliore, grazie, nel suo piccolo, anche alla Fotografia. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. L’importanza del sesso C. Savina, da L'importanza del sesso, s.d. Questo lavoro è composto da una serie di 4 immagini singole aventi l’autore come soggetto. Una di queste, in particolare, è un’opera che l’autore ha definito “immagine fantasma” che lo ritrae, grazie ad una doppia esposizione, mentre “osserva sé stesso”. Come altri suoi analoghi lavori, l’autore e/o i modelli di volta in volta fotografati posano nudi, attestando una presa di coscienza del proprio corpo, che, in una prospettiva naturista,  viene mostrato senza veli, a sé stessi e al mondo. Una sorta di vera e propria attestazione di autenticità e di verità, secondo l’autore, condivisa idealmente con tutti i potenziali fruitori, “a valle”, delle immagini realizzate. Un’ostensione della propria intimità, che può essere letta anche come un tentativo di mostrare la propria essenza più profonda. Un tentativo, in altre parole, di mostrare, di mettere a nudo, piuttosto che il proprio semplice corpo, il “corpo” vero, quello più intimo, profondo, ovvero: la propria anima. Un “corpo” anch’essa, in fondo, sebbene, nel corso del tempo, questo termine abbia assunto diverse accezioni nelle varie culture e religioni che l’hanno, in vario modo esplorata e/o “adottata”. Un’idea radicata che ci è giunta in eredità dalla filosofia classica che immagina l’anima in una funzione strategica di principio fondante anche di tutto “il resto” del corpo: quello materiale, così come quello intellettuale. Principio costitutivo, dunque, che organizza tutto è che è “l’origine” di tutte le nostre facoltà e sensibilità intellettive, affettive e, non ultima, della volontà. Quest’ultima, in particolare, in continuo rapporto dialogico con la coscienza, con la dimensione morale. L’anima, in questo scenario, assume il ruolo di una sorta di varco virtuale che attraversiamo più volte nel corso dell’esistenza, in ragione del proprio trascorso umano e/o spirituale, rappresentando il punto di partenza e/o la meta, rispetto a un orizzonte reale o immaginario posto a riferimento del nostro cammino esistenziale. L’anima vista come una porta attraverso la quale osservare e mettersi in contatto con il mondo. Un rapporto tutt’altro che facile, quello tra l’anima e il corpo. Un rapporto talora persino teso, in una contrapposizione dialettica che può condizionare anche in modo fatale la nostra ricerca della verità. In questa contrapposizione così condizionante e talora anche “inquinata”, il corpo materiale può anche divenire una specie di tomba dell’anima. C. Savina, da L'importanza del sesso, s.d. Per scongiurare o, quanto meno, contenere questo rischio, a fronte di un pericolo “oggettivamente” dato, l’essere umano può cercare di ispirare il proprio percorso di vita e, conseguentemente lavorare anche sul suo corpo materiale, a fini e valori trascendenti - anche in una prospettiva laica, s’intende - che divengano un “orizzonte” anche per l’effimera, quanto debole, componente fisica e biologica. Altrettanto importante sarà l’adeguata gestione di ogni possibile dipendenza, di ogni ipotizzabile schiavitù, di ogni “follia” del corpo, durante il proprio cammino verso la verità propria e del mondo. Una conoscenza, tanto più profonda, tanto più “alta”, quanto sarà il grado di libertà dell’anima dal corpo. Una interrelazione, quella tra l’anima e il corpo, che continua anche ad alimentare un confronto incessante e mai concluso, a partire dal problema irrisolto di definire in modo inequivocabile che cosa si intenda per anima così come per corpo. In un perenne tentativo di trovare una sintesi condivisa, un equilibrio più o meno stabile, in questa oscillazione dicotomica non sempre serena e armoniosa, divenendo, in certi casi, anche più aspra, tesa. In questo contesto, il lavoro sul corpo nudo dell’autore si inserisce nella scia di questo cammino paziente verso la conoscenza. Un corpo e, insieme, un’anima, entrambi alla ricerca della… verità. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. L’alba del mondo C. Savina, da L'alba del mondo, s.d. Questa serie di fotografie, realizzate a partire dal 1998, è composta da fotografie dedicate al corpo femminile, in particolare, a quell’area del corpo che presiede alla funzione riproduttiva. La raccolta è composta da circa 20 immagini, che, come in altri suoi lavori, sono state originariamente stampate direttamente dall’autore (nel formato cm. 30x40), così come ne ha curato la digitalizzazione anche per eventuali rielaborazioni future. E in linea con altri suoi progetti, anche in questo caso, si conferma l’interesse prioritario dell’autore per il corpo umano, arricchito, ad ogni tappa della sua ricerca, da nuove prospettive, nuovi orizzonti di riferimento. Come è stato, ad esempio, per “Il Particolare Ritratto”, ideato e realizzato da Cosimo (“Mimmo”) Savina e Pierpaolo Mazza, un progetto che, attraverso la temeraria meta di oltre duemila immagini, ha letteralmente mappato tutta la superficie del corpo di uno dei coautori. Il corpo fisico, dunque, ma non solo. Il corpo materiale, biologico, di volta in volta raffigurato nelle immagini di questo autore, è, in effetti, un vero e proprio pretesto narrativo per un discorso diretto altrove. Una riflessione, che, partendo quindi proprio dal corpo stesso, lo ha visto a più riprese impegnato nel tentativo di “leggere” e comprendere il mondo concreto e simbolico che ci circonda - e, ove possibile, tentare anche di trascenderlo - utilizzando un medium a lui congeniale come la Fotografia. E rientra in questo orizzonte di riferimento anche il focus sull’originaria destinazione riproduttiva che caratterizza questa serie di immagini dedicate all’area pubica. La zona del corpo che, sia nell’anatomia topografica sia nel linguaggio comune è individuata come la regione anatomica, di forma triangolare, situata in corrispondenza della sinfisi pubica, comunemente chiamata pube. Un termine di origine incerta, proveniente dal latino pubes, che, per una curiosa singolarità, è divenuto nel tempo un sostantivo maschile, sebbene, anticamente, fosse di genere femminile. Si tratta, come è noto, di un’area del corpo nella quale, durante la pubertà, la cute si riveste di peli, definito come monte del pube, che, nella donna, viene più comunemente chiamato monte di Venere. Considerato l’interesse dell’autore per la suaccennata funzione riproduttiva, si può anche aggiungere che, nelle femmine di mammifero (probabilmente per effetto di taluni influssi ormonali) quest’area si rammollisce durante la gravidanza e si rilascia durante il parto, per poi, di norma, ricomporsi. Ma, andando oltre questa dimensione anatomo-fisiologica, l’interesse dell’autore per questa “area sensibile” della donna è alimentato anche da altri elementi che trascendono la componente fisica e biologica. Tra questi, la dimensione simbolica di questa, come di altre parti del corpo umano. Un organismo complesso, che, a differenza da quello degli animali, che lo “usano” fondamentalmente adattandolo ai loro scopi contingenti per un puro istinto di sopravvivenza, che l’essere umano cerca, non sempre riuscendoci, di portare in vari modi anche oltre. Tenta di farlo, nella prospettiva di creare un mondo nuovo, del tutto o almeno in parte diverso e migliore di quello preesistente. Un mondo possibilmente meno ostile e inospitale, nel quale il corpo non esista semplicemente al mondo, ma contribuisca concretamente a ricrearlo, modificarlo o, quanto meno, interpretarlo e ridefinirlo in una prospettiva più “umana”. Ed è in questa prospettiva che ogni atto del corpo è da considerarsi un atto creativo, oltre che - di norma - volontario. Gesti, pensieri, dunque, di corpi capaci anche di generare a loro volta altri corpi - materiali e non - oltre ad essere essi stessi altrettanti “corpi” incessantemente in evoluzione, in una sorta di circolo “ecologico” generato da quell’insieme idee, di atti, etc. che, ininterrottamente, immaginano, creano e tentano di realizzare un domani migliore. E riguardo alle caratteristiche estetiche e formali di queste immagini, una che la connota in modo evidente è la scelta del close up. Un close up che sembra mutuato da impianto estetico e di senso di matrice naturista e formalista, riscontrabile, peraltro, anche in altri lavori dell’autore. Una raffigurazione, un’impostazione della ripresa, per quel che concerne la possibile vicinanza formalista, che si manifesta attraverso l’ostensione di una nudità asciutta e, insieme, impersonale. Nudi impersonali, ovvero parti di un corpo nudo, presentati da soli, senza nient’altro di inessenziale. Immagini pure, radicali, minimaliste persino. Un’essenzialità delle linee e delle forme ritratte che nasconde (letteralmente) alla vista il corpo intero al quale appartiene la frazione ritratta, così come, in talune immagini, sembri occultare anche l’originaria destinazione d’uso del particolare anatomico raffigurato. Un vero e proprio tentativo di trascendere la realtà fisica e biologica originaria del particolare ritratto per andare oltre. Una sorta di esercizio spirituale che l’autore cerca di favorire anche proponendo una nudità essenziale, senza elementi superflui, depurato praticamente di tutto quanto non sia strettamente indispensabile. Un’essenzialità che assume le vesti anche di una sorta di cornice ideale, tra l’interno raffigurato nell’immagine e l’esterno, il mondo di materia e pensiero con il quale il “dentro” è comunque sempre in perenne interrelazione. Una interrelazione, un’interdipendenza, per l’esattezza, piuttosto che una (più semplice) relazione. Per agevolare questo scambio dialettico, l’autore ha, dapprima, “spogliato” quel corpo nudo, “rivestendolo” poi di un nuovo significato. Una specie di “abito nuovo”, sebbene, comunque sempre anonimo. Un anonimato che rappresenta una sorta di profilassi preventiva. Un “vaccino” a difesa di possibili derive indesiderate, non ultima, una lettura delle sue immagini in chiave… pornografica. Il nuovo corpo anonimo proposto in queste immagini dall’autore è quindi pronto per il suo viaggio immaginario verso il mondo. In questa prospettiva, il corpo diviene anche uno strumento funzionale per l’autore per il raggiungimento della meta programmata, ovvero quel mondo esterno che, si augura, possa essere un giorno diverso e magari migliore, anche grazie al contributo del suo cammino di ricerca, anche grazie alla Fotografia. C. Savina, da L'alba del mondo, s.d. Sono diverse, quindi, le ragioni della scelta di questa specifica “parte per il tutto” del corpo femminile, non ultima, quella legata al fatto che - oltre ad essere una zona erogena da sempre raffigurata nell’iconografia non solo artistica dell’Umanità - rappresenti “l’origine del mondo”. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/    Cosimo Savina. Il corpo squarcio di luce nel buio C. Savina, da Il corpo squarcio di luce nel buio, s.d. Questa raccolta di fotografie, realizzate a partire dal 1998, è composta da una quindicina di immagini inedite, stampate direttamente dall’autore e poi, come per altri lavori (per i consueti motivi di archiviazione, conservazione, riproduzione), riprodotte anche in versione digitale. Alcune di queste immagini, con una diversa chiave di lettura rispetto alla destinazione d’uso originaria, sono state reinserite in composizioni più articolate, realizzate in formato digitale nell’ambito di altri progetti, quali: “Corpi mescolanza” e “Il corpo indefinito”. La serie è dedicata a un’idea del corpo inteso come una specie di ideale “dispositivo di protezione individuale” (“DPI”) da utilizzare in situazioni di emergenza, ovvero, per l’esattezza, nel caso di crisi esistenziali. Un DPI da usare, dunque, come l’autore stesso ha suggerito: “Quando tutt’intorno è solo buio e non si vede altra via d’uscita; quando la mente è oscurata dall’egemonia di una tempesta di emozioni.” In analoghe situazioni, secondo la poetica che ispira questo lavoro, l’autore ha immaginato di poter individuare una sorta di strumento salvifico, una specie di squarcio luminoso, proprio nel corpo. Un corpo che, a differenza di un DPI, non può essere solo usato solo all’occorrenza, per uno scopo predeterminato, come nel caso, ad esempio, di uno scudo protettivo per proteggere il corpo da un’irradiazione eccessiva di luce e/o di calore. Il corpo, soprattutto, il proprio corpo, è “il” bene supremo per eccellenza. E, come tale, deve essere oggetto di attenzioni e cure continue, non ultima, l’alimentazione. Si tratta di un orientamento, di una sensibilità, che l’autore ha già palesato in altre occasioni, attraverso la realizzazione di altri lavori. Come in altre serie, dunque, l’autore ha ricordato anche che sono proprio queste premure per il proprio corpo a rappresentare esse stesse un simbolico DPI a presidio dell’ancora più importante, complesso e, insieme, delicato dispositivo stesso di protezione della Vita che è proprio il nostro corpo. L’autore invita quindi a individuare e a combattere eventuali elementi potenzialmente patogeni per il proprio corpo fisico e spirituale. E, ancora una volta, l’autore individua nei costumi e nelle convenzioni sociali delle “catene”, dei “pesi” che divengono veri e propri motori di un malessere del proprio corpo materiale e spirituale, “inquinando”, indebolendo e compromettendo, talvolta inesorabilmente, le espressioni e le manifestazioni del proprio io. Elementi patogeni che possono colpire il corpo così come l’anima di questo essere umano debole e diviso. Un “corpo” duale, che cerca comunque di esprimere e manifestare la sua presenza al mondo, sia attraverso la fisicità biologica sia per mezzo dell’astrazione intellettuale. Una interrelazione incessante, ma non sempre pacifica, tra la componente spirituale e quella biologica, che, non di rado, diviene più difficile e critica. Quest’ultima, è quella evidentemente più immediata, tangibile, dato che si palesa attraverso la nostra corporeità, ma, non per questo, è quella più facile da comprendere e gestire. Non essendo puro spirito, il nostro corpo fisico rappresenta “la” materia imprescindibile con la quale, come ci ricordano i suggerimenti dell’autore riguardanti la cura responsabile di sé stessi, occorre sempre e comunque fare i conti. Soprattutto in previsione degli inevitabili scossoni dell’esistenza, che, spesso inattesi, irrompono nel nostro quotidiano nelle forme più disparate: una patologia severa, un affetto interrotto, un amore non condiviso e, non ultimo e non meno temibile, un disagio esistenziale. Tutto, in definitiva, parte e ci riconduce inevitabilmente al corpo. Dal corpo comincia la nostra esistenza, in esso si distribuisce nel corso della vita e, sempre in/con esso, alla fine, si… conclude. Dal momento del concepimento sino alla morte non solo abbiamo un corpo, ma con esso, anche in spirito, siamo un solo… “corpo”. C. Savina, da Il corpo squarcio di luce nel buio, s.d. Un “corpo” che, come accennato, che va oltre la materialità corporea, confondendosi con quella immateriale dei percorsi e processi neurologici. Anche questi caratterizzati da una componente materiale - e, dunque, diversamente corpo anch’essi - ma, comunque, non ancora, almeno non del tutto, in grado di spiegare il mistero del pensiero, delle emozioni, degli stati affettivi. In altri termini, tutta quella fenomenologia - sovente difficilmente “misurabile” - che ci distingue da altri esseri viventi ritenuti non umani. In questa teoria di espressioni umane, il “buio” dell’anima che talvolta avvolge l’esistenza può risultare particolarmente insidioso, non ultimo, perché è difficile da “misurare”, variando, tra l’altro, il gradiente e la durata, da persona a persona, da circostanza a circostanza. “Buio”, una sorta di notte dell’esistenza, difficile dunque da “misurare” anche se proviene da una parte comunque fisica del corpo - e, pertanto, in qualche modo comunque misurabile - che è la materia cerebrale. Materia che pur essendo materia, essendo implicata nel processo creativo dei pensieri e delle emozioni è anche un “corpo” altro, impalpabile, astrazione, puro pensiero. E, pertanto, oltre che difficile da “misurare”, essendo un “corpo” impalpabile, indefinito, aleatorio, è ancor più difficile da… gestire. E l’amata luce - “materia” anch’essa impalpabile al pari di un’idea - come ha già anche altrove suggerito l’autore può eventualmente divenire finanche una possibile, quanto immaginario, elemento terapeutico. Un’ipotetica terapia, dunque, che, aiutandoci ad affrontare il “buio”, ci faccia poi riemergere, finalmente, …dall’oscurità. Roma, 13 Dicembre 2021 G. Regnani INDICE POST https://gerardo-regnani.myblog.it/ HOME PAGE SITO https://www.gerardoregnani.it/ Cosimo Savina. Ritratti vivi C. Savina, da Ritratti vivi, s.d. L’idea di realizzare questa serie di fotografie è venuta all’autore dopo la lettura del celebre “La camera chiara” di R. Barthes. Fra i tanti spunti di questa notissima opera del famoso semiologo francese, l’autore fa riferimento, in particolare, a un concetto centrale nel testo, ovvero alla comparazione della Fotografia a un memento mori, per dirla con le parole di S. Sontag. Senza voler contraddire sul tema il famoso semiologo, l’autore ha però delle perplessità riguardo al fatto che “ogni ritratto sia uno spettro e che ogni istante fotografato sia passato. Morto, appunto.” Un notorio punto di vista, che l’autore non è riuscito comunque a condividere, trovandolo persino ansiogeno. Uno stato di ansia che ha cercato di gestire proprio realizzando i ritratti “vivi” che compongono questa raccolta. Ritratti, che, più che una vera e propria forma di dissenso nei confronti dello studioso francese, “testimoniano”, piuttosto, il desiderio dell’autore di opporsi a questa ineluttabilità della Morte. Un desiderio comune, in fondo, per qualsiasi essere umano che veda nella Morte la soglia estrema, il confine invalicabile che tutti, sebbene indirettamente, più o meno bene conosciamo. Un tabù, quello della morte, che l’autore ha pensato di affrontare, a suo modo, con l’aiuto della Fotografia. Lo ha fatto, più nel dettaglio, attraverso i “ritratti vivi” che ha realizzato, i quali ci “parlano” grazie ad alcuni efficaci elementi narrativi. Tra questi, l’idea di presentare le immagini in mostra non a parete, bensì sospese, pendenti dal soffitto e disposte alla distanza di circa un metro l’una dall’altra. Questo affollamento, ha immaginato l’autore, potrebbe causare qualche possibile contatto fisico tra i visitatori della mostra e le immagini appese al soffitto, provocandone, conseguentemente, un movimento più o meno accentuato. Questo “incidente”, determinando anche solo una piccola oscillazione, ridarebbe dunque simbolicamente vita alle immagini in mostra, “resuscitando”, seppure brevemente, i protagonisti stessi ritratti in ognuna di esse. Un’installazione “parlante” per raccontare la paura che anche l’autore prova nei confronti del c.d. momento finale. E per sottolineare l’essenza effimera dell’esistenza, l’unicità e, insieme, la fragilità della vita, nel retro di ognuno di questi ritratti l’autore ha pensato di collocare una seconda immagine, raffigurante una foglia, distinta e diversa per ciascun ritratto. Una sorta di “rinforzo” emblematico, quello delle foglie, che affianca e sostiene l’intento rianimatorio dei ritratti e, quindi, delle persone raffigurate sul lato opposto del pannello fotografico. Un intento, quello di “ridare vita”, che, come già si è accennato, è legato all’idea del moto, inteso come una testimonianza della momentanea “resurrezione” del soggetto ritratto. Ritratti “sospesi”, come è, in fondo, anche la vita. Non proprio in senso figurato, quindi. E, non ultima, l’autore ha pensato anche ad un’altra potenzialità insita implicitamente in questi ritratti, ovvero la loro connaturata capacità di evocare ricordi, emozioni, etc. Una sorta di silenzioso agente affettivo, di paratesto emozionale parallelo, presente in questi ritratti, così come, altrettanto potenzialmente, in qualsiasi altra immagine: dai graffiti rupestri realizzati dai nostri progenitori all’interno di una qualche caverna alle grafiche pluridimensionali contemporanee del web. Ed è prendendo proprio spunto da quest’ultima “qualità” di questi ritratti che è possibile constatare una vicinanza “emotiva”, piuttosto che una distanza/contrapposizione, tra il lavoro di questo autore e l’idea del memento mori evocato ne La camera chiara di R. Barthes. Una valenza simbolica ulteriore che, piuttosto che allontanarli, li accomuna e, quindi, li avvicina. E per tentare di chiarire meglio questa vicinanza, può essere utile accennare ulteriormente, anche se brevemente, ad una strategica qualità della Fotografia. In proposito, S. Sontag, definendo la Fotografia un memento mori, ci ha ricordato che fare una fotografia - come nel caso dei ritratti realizzati da questo autore - equivale a rendere partecipe qualcun altro della vulnerabilità della vita. Tuttavia, proprio attraverso la Fotografia stessa, l’azione inesorabile del tempo può, in qualche modo, essere idealmente fermata. Uno stop condensato, appunto, nell’atto “congelante” della Fotografia. In tal modo, se, per un verso, si conferma l’inesorabile azione dissolven