Alessandro Cane. Dalla fabbrica a fabric

 Alessandro Cane. Dalla fabbrica a fabric Alessandro Cane, Dalla fabbrica a fabric, 2000 e segg. E’ difficile definire le sensazioni che evocano le immagini di Alessandro Cane, tratte dalla raccolta intitolata “dalla fabbrica a fabric” – un’intensa ed accurata serie di fotografie in b/n realizzate con un “banco ottico” – avviata nel luglio 2000. E, al di là di possibili altre valutazioni di ordine estetico, si tratta di un’indagine divisa tra un’inconsueta analisi del territorio – particolarmente attenta ai processi di trasformazione ambientale – alla quale è unita un’originale chiave di lettura personale che attinge riferimenti dalla sfera della memoria e della cultura dell’autore. I luoghi privilegiati dalle riprese sono caratterizzati dagli esiti di un'energica opera di demolizione delle strutture a prevalente vocazione industriale, là a suo tempo costruite, perché ritenuti non più idonei alla dimensione di sviluppo urbano della città di Torino. Sono aree da riconvertire – o riqualificare, se se si preferisce - lasciando alle spalle quella connotazione di fucina di duro lavoro, così come la hanno conosciuta intere generazioni di lavoratori provenienti da zone meno fortunate del paese, perennemente alla ricerca di un’emancipazione economica che l’unità del paese, tuttora, non sembra ancora poter generalmente assicurare. Sullo sfondo c'è lo sviluppo delle relazioni industriali a livello planetario, l’articolato e controverso ricorso a risorse (anche umane) a costi sempre più contenuti e la crescente necessità di molte realtà emergenti di dotarsi di industrie ed infrastrutture ha determinato nuove opportunità di espansione e, allo tempo stesso, l’occasione per rimodulare convenientemente spazi urbani altrimenti difficilmente riutilizzabili. Una metamorfosi che sta interessando molte are industriali del Nord e, non ultima, l'area di Torino. Per molte di queste aree archeologico-industriali si è imposta dunque la necessità di individuare una valida alternativa d’uso, senza ovviamente trascurare il valore di un territorio peraltro caratterizzato da una strategica collocazione all’interno del perimetro urbano metropolitano. E, nel sottolineare questi aspetti, la ricerca di Alessandro Cane cerca di far emergere - sebbene più sommessamente - anche una memoria personale, solo in parte privata. Il ricordo dell’autore corre, infatti, agli anni in cui si osservava l'evolversi di quel paesaggio composto dalle forme tipiche delle tante fabbriche urbane che la città ha, a poco a poco, circondato con sempre nuovi insediamenti abitativi; generando, fra l'altro, nuove e problematiche aree periferiche. E mentre quei profili si cementavano in maniera indelebile nell’immaginario collettivo, oltre che nel suo, non procedeva altrettanto decisa una sua consapevole riflessione riguardo ai risvolti sociali e politici indotti da quel lungo processo di migrazione dalle aree più disagiate dell’Italia verso le grandi città. Un’urbanizzazione, a tratti selvaggia, che ha interessato centinaia di miglia di persone, in particolare nel corso degli Anni '60 e ’70 del Novecento, dirette verso i grandi centri industriali del Settentrione. E testimoni di rilievo di quegli anni furono certamente quelle strutture e, naturalmente, il loro temporaneo bagaglio di umanità. Un patrimonio di memoria comune al quale, senza alcun antagonismo con gli interessi delle scienze sociali (antropologia, sociologia, etc.), l’autore intende offrire il suo personale contributo, sia come cittadino sia come fotografo. Dal suo piccolo osservatorio ha, in effetti, seguito in parte il percorso evolutivo del modello della cosiddetta “città orizzontale”, il successivo ridimensionamento del ruolo di vaste aree industriali con il loro conseguente abbandono, a favore di una più conveniente migrazione della produzione. Un processo che ha contribuito all’aumento sensibile dei resti scheletrici di quelle fabbriche ormai inattive, non di rado divenute fatiscenti ricoveri di un’umanità talvolta ridotta a sopravvivere al limite di ogni plauibile dignità sociale. E l’abbandono di queste zone industriali interne alla città, alterando i precedenti equilibri (l'organizzazione produttiva, l'impianto sociale, etc.) ha reso anomala la presenza di questi residuati, ormai estranei allo stesso tessuto urbano che prima li accoglieva da protagonisti, relegati a resti "fossili", territorio provvisori, dove un destino fatto di ruspe e piani regolatori decide delle loro future prospettive d’utilizzo. Ma l’attenzione rivolta alle demolizioni è anche il pretesto per una ricerca ancora più intima, destinata all’esplorazione delle parti individuali e perciò più segrete di quelle architetture solo ora ricomparse e che l’autore definisce “fabric” (struttura, "tessuto"), termine mutuato dall’inglese e comune anche nel linguaggio dei geologi per definire la “struttura interna visibile di una pietra”, ovvero le sue tracce storiche. Alessandro Cane, Dalla fabbrica a fabric, 2000 e segg. Attraverso il suo peculiare percorso di ricerca l’autore ci suggerisce quindi l’opportunità di esplorare questi frammenti con uno sguardo diverso, andando oltre la visione apparente dei semplici accumuli di detriti, nel tentativo di rintracciarvi l’"ossatura" originaria (e la storia, non solo dei manufatti) di questi stabilimenti. Un’intimità a lungo celata nel corso della fase produttiva ed ora - con lo smantellamento - nuovamente visibile. Un ulteriore contributo estetico ed emozionale è, infine, quello offerto dall’uso peculiare dei piani focali, teso ad amplificare una ideale connotazione irreale, un senso di sospensione e provvisorietà di questi luoghi in fase di trasformazione dei quali l’autore, talvolta, altera volutamente le proporzioni nel tentativo dichiarato di sondare un nuovo modo di leggere e proporre la fotografia di paesaggio e non solo. Un tentativo, quest'ultimo, per certi versi coraggioso in un panorama di settore – peraltro a lui ben noto – che non risulta propriamente incline alle novità, anche a causa dei non rari vincoli impostigli dalla committenza. Torino, 3 luglio  2001 G. Regnani